Attualità

Giornata delle vittime della strada, la sicurezza si costruisce anche in bicicletta

Ogni giorno le cronache riportano incidenti che ricordano quanto lo spazio pubblico sia fragile: infrastrutture insufficienti, comportamenti pericolosi e una cultura della mobilità che, in Italia, fatica ancora a cambiare. La Giornata mondiale in memoria delle vittime della strada, celebrata oggi, diventa quindi un’occasione per riflettere su cause e soluzioni di un’emergenza che coinvolge tutti.

Lo studio Safety in Numbers di P. Jacobsen

Tra le risposte più semplici e immediate c’è un attore spesso sottovalutato: la bicicletta. A ricordarlo è la Federazione Ciclistica Italiana, che cita il celebre studio internazionale Safety in Numbers di P. Jacobsen. L’analisi dimostra come raddoppiare il numero di ciclisti per chilometro riduca del 34% il rischio individuale di morte, mentre dimezzarne la presenza lo aumenta del 52%. È l’effetto “sicurezza nei numeri”: più ciclisti sulle strade, maggiore attenzione da parte degli automobilisti.

I dati in Italia

Anche in Italia la tendenza conferma questo principio. Negli ultimi dieci anni gli incidenti che coinvolgono chi pedala sono diminuiti del 13%, a fronte di un forte aumento dei chilometri percorsi in bicicletta. Ancora più significativo è il dato sulla mortalità: -40% in dieci anni. Stimando un passaggio da 4,5 a 10 miliardi di chilometri pedalati ogni anno, il rischio individuale sarebbe sceso da 61 a 21 morti. Eppure, quando si parla di sicurezza stradale, l’attenzione pubblica e politica continua a concentrarsi quasi esclusivamente sui veicoli a motore. Nel frattempo, i ciclisti affrontano quotidianamente le criticità di un sistema stradale vulnerabile e spesso impreparato alla mobilità attiva. L’Osservatorio Ciclisti ASAPS-Sapidata segnala 196 decessi dall’inizio dell’anno, un numero ancora drammaticamente alto.
Gli studi spiegano bene il motivo per cui più persone pedalano o camminano, più la città diventa sicura: una maggiore presenza di ciclisti e pedoni aumenta la visibilità, la prevedibilità e l’attenzione da parte degli automobilisti. Le politiche che favoriscono questa crescita – come la riduzione delle velocità e la moderazione del traffico – generano un circolo virtuoso che migliora la sicurezza per tutti, indipendentemente dal mezzo utilizzato. Le esperienze urbane dimostrano che le scelte politiche fanno la differenza. Città come Bologna, che hanno introdotto zone 30 e interventi organici sulla ciclabilità, registrano benefici tangibili: meno incidenti, meno feriti, maggiore qualità della vita. Al contrario, i dati di Milano e Roma raccontano due scenari opposti:
Milano, con un uso crescente della bici ma politiche non ancora omogenee, mostra un’alta incidentalità ma bassa mortalità (6,7% delle collisioni nazionali ma solo 1,9% delle vittime). Roma, dove la mobilità attiva è ancora marginale, registra l’effetto contrario: pochi incidenti (1,3%) ma un peso molto elevato di quelli mortali (8%). Questi esempi confermano una verità ormai consolidata: la mobilità ciclabile rende le strade più sicure, ma perché l’effetto emerga pienamente servono infrastrutture adeguate, continuità politica e misure intelligenti di moderazione del traffico. Alla base di tutto, però, c’è un cambiamento culturale che richiede tempo, educazione e impegno costante. Per questo è fondamentale lavorare insieme a istituzioni, scuole, associazioni e cittadini per costruire città più sicure, più vivibili e finalmente a misura di persona.
Corrado Protasi referente Fci Sicilia

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Redazione