Mentre il cielo sopra Sarajevo si colorava della festa bosniaca, il calcio italiano sprofondava nell’abisso più nero della sua storia. Per la terza volta consecutiva, gli Azzurri dicono addio al sogno Mondiale (2026) prima ancora di iniziarlo. Ma a far rumore non è solo il verdetto del campo, quanto le parole “lunari” del Presidente della FIGC, Gabriele Gravina, intervenuto in una conferenza stampa che ha lasciato attoniti osservatori e sportivi.
Affiancato da due icone come Rino Gattuso e Gigi Buffon — testimoni muti di un passato glorioso che appare ormai preistorico — Gravina ha scelto la via del contrattacco frontale, ma con argomentazioni che sanno di autogol. Incalzato sul crollo verticale del sistema calcio rispetto all’exploit mondiale di altre discipline italiane, il numero uno di via Allegri ha gelato la sala:
“Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono sport dilettantistici. Negli sport dilettantistici si possono adottare scelte che nel professionismo non sono possibili, come l’impiego massiccio di giovani nelle proprie divisioni.”
Una svalutazione netta dei successi altrui, quasi a voler giustificare l’immobilismo del pallone definendo le altre federazioni come “sport di Stato” (citando lo sci e le forze armate), dimenticando però che dietro quei trionfi ci sono programmazione, sacrifici e talenti che il calcio italiano sembra aver smarrito da vent’anni.
Nonostante il disastro sportivo, Gravina ha respinto ogni ipotesi di processo sommario, chiedendo “rispetto” e lamentando un presunto stato di abbandono da parte delle istituzioni politiche. Una difesa ad oltranza di un sistema che, nei fatti, non produce più risultati, ma che il suo massimo rappresentante continua a blindare parlando di “mancanza di equità nei rapporti”.
Il paradosso è servito: mentre l’Italia multidisciplinare brilla ed è presa a modello nel mondo per gestione e risultati, il calcio si chiude in un fortino di scuse tecniche e burocratiche. Definire “dilettantistico” ciò che oggi funziona per proteggere un professionismo che fallisce è il segnale di un totale corto circuito dirigenziale.
Vedere Buffon e Gattuso testimoniare questo declino rende la misura del dramma. L’eliminazione dai Mondiali 2026 non è solo un incidente di percorso, ma la conferma di un sistema che, pur di non ammettere i propri demeriti, cerca spiegazioni fuori da ogni logica sportiva. Il calcio italiano è ridotto ai minimi termini, e le parole del suo Presidente sembrano confermare che la via per la rinascita è ancora molto lontana dal voler essere imboccata.