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Volley | Prima del fischio viene il cammino: le promozioni che raccontano gli arbitri siciliani

LE STORIE DIETRO I NUMERI
Perché il risultato è soltanto l’ultima riga del racconto

Le promozioni al Ruolo A e al Ruolo B degli ufficiali di gara siciliani rappresentano il punto più visibile di un percorso che quasi nessuno vede. In questa nuova puntata de “Le storie dietro i numeri“, SportWebSicilia racconta il mondo arbitrale attraverso un’esperienza vissuta in prima persona e due storie, quelle di Erika Burrascano e Sara Federica Perdichizzi, che spiegano meglio di tante parole un significato: conquistare credibilità, prima ancora di una promozione

PALERMO – C’è una figura che, dentro un palazzetto dello sport – nella fattispecie, ai margini di un campo di volley – si riconosce subito.

Ha una divisa diversa da tutti gli altri. Occupa un posto diverso da tutti gli altri. Sta più in alto di tutti.

Da solo. Su un seggiolone.

Ha un fischietto appeso al collo che tira fuori un suono riconoscibile anche a occhi chiusi.

Se lo senti per strada, probabilmente c’è un vigile urbano. Se lo senti dentro un palazzetto, quasi certamente c’è una partita.

E c’è un arbitro.

Lo guardano tutti. Lo giudicano tutti. Lo ricordano quasi sempre per una decisione. Molto più raramente ci si chiede quanta strada ci sia dietro quel fischio.

È per questo che, leggendo il post con cui il Comitato Regionale FIPAV Sicilia ha celebrato le promozioni di Erika Burrascano, Diego Lonardo e Gabriele Lunardi al Ruolo A, di Sara Federica Perdichizzi, Carla Saccullo e Federico Vancheri al Ruolo B, oltre alla promozione di Antonio Tanania a Delegato Arbitrale Nazionale, il pensiero mi ha riportato indietro nel tempo.

Tutto è cominciato quasi per gioco

Era il 2014.

Io ed Eleonora eravamo sposati da poco.

Decidemmo di iscriverci al corso arbitri organizzato dal Comitato Territoriale FIPAV di Messina.

L’idea era semplice. Condividere una passione. Scoprire il volley da un’altra prospettiva.

Non immaginavamo che quella scelta ci avrebbe regalato molto più di un tesserino.

Arbitrare significa conoscere il regolamento. Ma il regolamento è soltanto il punto di partenza.

Sul seggiolone impari a gestire il silenzio. La pressione. Le proteste. Le emozioni.

Impari che ogni decisione arriva in una frazione di secondo e che, qualunque essa sia, qualcuno potrebbe pensare che tu abbia sbagliato.

Soprattutto, impari che l’autorevolezza non la concede una divisa. Te la riconoscono gli altri.

Erika, quando l’autorevolezza non ha bisogno dell’età

Tra gli arbitri di quegli anni ce n’era una che colpiva tutti. Era giovane, molto giovane.

Erika Burrascano. arbitrava già in Serie D, probabilmente la categoria regionale più complicata.

Da soli. Senza il conforto del secondo arbitro. Con decine di situazioni da leggere. Con la responsabilità di decidere sempre.

Di Erika ricordo soprattutto un aspetto. Non la sicurezza, quella è arrivata con il tempo.

Ricordo l’autorevolezza.

Gli atleti, le sue decisioni, le accettavano – quasi sempre – con naturalezza.

Perché credevano in lei. E questa, per un arbitro, è probabilmente la forma più alta di credibilità.

Erika Burrascano

Ci sono due partite che ancora oggi riaffiorano nella memoria.

La prima, a Giammoro, in Serie D maschile.

Una gara che, più che dal punto di vista disciplinare, mise continuamente alla prova la sua capacità di leggere situazioni regolamentari complesse.

La seconda presso la palestra “AIA Scarpaci” di Barcellona. Serie C maschile. In coppia con Giovanni Giorgianni, già arbitro di Ruolo A ma che continuava a dare una mano anche nelle categorie territoriali e regionali.

Fu una partita difficile. Sotto ogni aspetto.

Eppure Erika non cambiò mai. Non nello sguardo. Non nella voce. Non nella gestualità.

Chi arbitra sa quanto quel linguaggio sia importante. Anche quello comunica. Anche quello trasmette fiducia.

Oggi è facile guardare la sua promozione al Ruolo A e pensare che fosse una predestinata.

La verità è un’altra.

Dietro quel traguardo ci sono sacrifici, delusioni, chilometri, valutazioni, giornate storte e la capacità di rialzarsi ogni volta. Come succede quasi sempre nella vita.

Sara, la forza del silenzio

Negli stessi anni iniziai ad arbitrare anche nei campionati della PGS.

La responsabile arbitrale era Sara Federica Perdichizzi.

Diversa. Molto diversa da Erika. Organizzata e determinata come lei, ma silenziosa.

C’era una domanda che mi accompagnava spesso. Perché non aveva ancora scelto di intraprendere il percorso arbitrale nella FIPAV?

In tanti glielo suggerivano.

Quando decise di provarci, lo fece esattamente come affrontava ogni cosa. Senza rumore. Un passo alla volta. Senza scorciatoie. Senza fretta.

Oggi quella strada l’ha portata fino al Ruolo B nazionale. Non attraverso un colpo di fortuna. Ma attraverso il lavoro.

Sara Federica Perdichizzi

Dietro ogni promozione c’è molto di più

Le storie di Erika Burrascano e Sara Federica Perdichizzi sono quelle che conosco.

Ma sarebbe ingiusto pensare che siano diverse da quelle di Diego Lonardo, Gabriele Lunardi, Andrea Aleo, Angela Di Bari, Federica Grasso, Carla Saccullo, Federico Vancheri e di Antonio Tanania.

Cambiano i nomi, i caratteri, i percorsi. C’è una visione, però, che li accomuna tutti.

Nessuno arriva fin lì per caso. Perché una promozione non nasce il giorno dell’esame.

Nasce molto prima. In una palestra di periferia, in una trasferta affrontata da soli, in una gara difficile, in una valutazione andata male.

Nella scelta di ricominciare. Sempre.

Ogni arbitro viene ricordato per un fischio. La verità è che quel fischio dura un secondo. Il cammino che gli permette di essere credibile richiede anni. Ed è proprio lì, molto prima di una promozione, che comincia davvero questa storia.

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Published by
Domenico Abbriano