Nuoto, D’Agati “Rendo gli atleti consapevoli, dobbiamo aumentare il confronto”

di Simone Milioti

Roberto D’Agati è un giovane tecnico palermitano, 30 anni compiuti da poco, ma alle spalle già tanti atleti allenati, tante esperienze fatte nelle competizioni nazionali e in estate ha aggiunto alla sua carriera da tecnico anche la partecipazione ad un collegiale con i tecnici federali.
L’occasione prima dei Giochi del Mediterraneo di Taranto a fine agosto di seguire Gianluca Messina, ormai affermato talento non solo siciliano ma anche italiano, nella sua preparazione che segue personalmente a Palermo e con un ragazzo che ha visto crescere umanamente e sportivamente.
Gianluca è sicuramente il fiore all’occhiello del tecnico D’Agati, ma in passato alla Nadir ha avuto in vasca atleti validi e recentemente alla Ita 12001 ha continuato questa sua tradizione e quest’anno alla sua squadra si aggiungeranno Vincenzo Maniaci e Claudia Santonocito. D’Agati allena il gruppo di categoria, dai Juniores in su, della società, una dozzina di nuotatori e dà una mano anche con gli Esordienti B, un paio di volte a settimana per dare una mano alla società “divertendomi” dice, visto che si spezza un attimo la tensione di allenare gli atleti più grandi.

Intervista a Roberto D’Agati

Roberto partiamo dalla stagione che sta iniziando, come sta andando?
“Sarò sempre alla Ita 12001 e quest’anno sarò sempre alla guida di un gruppo di categoria, Juniores in su, e ho avuto anche alcune novità. Se da una parte alcuni più grandi hanno fatto altre scelte, dall’altro ho trovato dei profili di primo piano che si tessereranno con la Ita 12001, si tratta di Vincenzo Maniaci e Claudia Santonocito che però dopo una piccola operazione non ha ancora ripreso. Tra loro comunque ci sarà sempre Gianluca Messina che continuerà ad allenarsi a casa”.
Sappiamo che ci sono le convocazioni per gli atleti, con lei abbiamo scoperto anche le convocazioni per i tecnici, che esperienza è stata accompagnare Gianluca Messina?
“Sicuramente è stata un’ulteriore gratificazione per quello che è il lavoro quotidiano che svolgo insieme ai ragazzi, ovviamente la stagione è stata molto lunga e impegnativa perché ricordiamo che i Giochi del Mediterraneo sono stati a fine agosto, quindi non è stato sicuramente semplice però devo dire che spinti dalla passione sia io che il ragazzo e dalla possibilità di affrontare il mese d’agosto in maniera diversa, siamo riusciti a gestire il tutto in maniera serena. A me stare lì non è pesato, al ragazzo nemmeno è pur vero che il periodo non è stato breve, però noi siamo andati fin dall’inizio anche e soprattutto per una necessità che è quella di avere un impianto idoneo dove poter continuare la preparazione ad agosto, perché sarebbe stato altrimenti molto difficile per noi continuare senza intoppi in città, però ripeto è stata comunque un’esperienza positiva, serena e vissuta nel modo giusto”.

Il confronto e come vive l’essere un tecnico

Riguardo il confronto con gli altri tecnici e cosa si può imparare perché alla fine come costruire un allenamento è quello.
“Ho avuto il modo di potermi anche approcciare e confrontare con altri tecnici che hanno un curriculum ancora più prestigioso e quindi penso sia ciò che rende bello il nostro mestiere è andare sempre alla ricerca dell’entusiasmo ed essere coinvolti in quello che facciamo. La serie allenante diciamo che siamo un po’ bravi tutti a farla, ma quello che a mio parere è necessario che noi rubiamo è la capacità di gestire dinamiche di gruppo e societarie. Credo proprio che per cercare di crescere bisogna innanzitutto cercare di aumentare il confronto tra persone e professionisti che fanno questo sport anche da noi, è quello che secondo me negli anni ci manca e poi cercare di creare una cultura sportiva ancora più solida, questo è un lavoro che a mio parere viene svolto nel tempo e negli anni attraverso scelte, anche scelte difficili inizialmente. Noi facciamo, a mio parere, cose sbagliate, ad esempio porre molta enfasi ai risultati nelle categorie inferiori, mentre apporne molta meno a quelli che si susseguono, o anche premiare più un risultato regionale senza magari pensare in prospettiva all’impegno nazionale”.
L’essere un tecnico abbastanza giovane la aiuta nel rapportarsi magari con un gruppo di atleti giovani?
“Si io sono del ’96, trent’anni appena fatti freschi. Diciamo che tendenzialmente come tecnico cerco di avere un rapporto con i ragazzi che sia volto all’ascolto, mi piace rendere i ragazzi consapevoli di quello che fanno ogni giorno e non mi piace lo stile di comunicazione per la quale io do le indicazioni e loro eseguono e basta. Cerco di educare i ragazzi a capire perché si fa una certa cosa, che senso ha, come viene collegata rispetto all’allenamento successivo, penso che se un ragazzo capisce ciò che fa e capisce il motivo e riesce a collocarlo in quello che è il suo prospetto della preparazione, crede maggiormente in ciò che sta facendo e per me il risultato può essere migliore. Ci sono altri tecnici che vedono più l’atleta come un muletto, per me invece ci deve essere una presa di coscienza. Per quanto riguarda invece il lato umano, è vero sono giovane, però già seguo gruppi agonistici, iniziando dieci anni fa con i piccolini, quindi negli anni ho seguito tantissimi ragazzi e devo dire che probabilmente l’essere giovane mi può far capire un po’ meglio quelli che potrebbero essere i loro pensieri e il loro modo di ragionare in base alla situazione che stiamo affrontando, ma questo mi aiuta anche perché io insegno a scuola, lo stare più nei loro panni mi permette di capire quando è il momento di rallentare un pochettino, quando è il momento di toccare le corde della motivazione e in che modo. Il rapporto è sereno, mi reputo per loro quasi più un fratello maggiore, con chi sta con me da più anni e non metto dentro solo Gianluca (Messina, ndr) ma anche Francesca Giambalvo e  Sergio Adragna che sono con me da tantissimi anni, immagino ci sia un legame oltre l’aspetto tecnico”.

Il modo di allenare di Roberto D’Agati

Nel suo gruppo sono tutti velocisti, nessun fondista, le viene più facile allenarli così o sono atleti che sono più predisposti?
“Non proprio dei velocisti puri, sicuramente non svolgiamo allenamenti specifici per i 50, noi svolgiamo una preparazione assolutamente completa. Poi è chiaro che per quanto mi riguarda sto molto attento alle caratteristiche del ragazzo, dell’atleta. Devo dire che in questi anni ho seguito molti atleti nei 200 delfino, 400 misti, quindi magari non ho avuto mai il fondista di grande di livello. Poi se parliamo di un 800 o un 1500 mi rendo conto che ci sia dietro un lavoro diverso da fare e mi permetto di dire che il fondo non è per tutti, come l’agonismo non lo è e in particolare il fondo è veramente per pochi.Bisogna avere capacità non solo fisiche ma anche mentali e sarei stupido a veicolare un ragazzo verso un campo che non è il suo. Comunque poi il velocista lavora tanto, anche per preparare un duecento o un 400 misto. Per fare gare più lunghe c’è bisogno di spazio, allenamento e anche doppi”.
Alla Ita 12001 e in generale a Palermo com’è la situazione per allenarsi?
“Non ci possiamo lamentare perché alla Ita 12001 non soffriamo di problemi di spazi acqua. Attendiamo tutti a Palermo con un’ansia frenetica la riapertura della vasca da 50 metri. Dovremmo essere in dirittura d’arrivo e speriamo che sia così. Palermo non è una città piccola, è una città anche abbastanza caotica purtroppo, quindi sia per rendere la vita a molti atleti un po’ meno difficile, sia per preparare certe gare a certi livelli, che sia un campionato assoluto, la vasca lunga serve. Poi sono convinto che possa dare una nuova spinta al movimento cittadino che è nettamente ridimensionato rispetto a 5-6 anni fa e rispetto alle altre zone della Sicilia e dell’Italia. Se mi permette di dire Palermo è anche la quinta città d’Italia, non dimentichiamolo”.