Damiano Caruso, oggi l’ultima corsa al Piemonte e da domani sarà “Storia”

di Valentino Sucato

Il Gran Piemonte oggi per Damiano Caruso è stato l’ultimo traguardo di un campione silenzioso. E il ciclismo saluta il gregario di lusso che avrebbe potuto essere un grande capitano. Il corridore ragusano chiude a quasi 39 anni una carriera lunga diciassette stagioni. Dall’esordio nel 2009 alla straordinaria impresa dell’Alpe Motta al Giro d’Italia 2021, una storia di sacrificio, talento e umiltà. Otto vittorie, un secondo posto nella Corsa Rosa e una vita trascorsa al servizio dei compagni.

Nel 2027 salirà sull’ammiraglia della Bahrain Victorious

Ci sono campioni che si ricordano per il numero delle vittorie conquistate e altri che lasciano un segno profondo nel ciclismo per il modo in cui hanno interpretato questo sport. Damiano Caruso appartiene a entrambe le categorie, anche se, probabilmente, il suo valore non potrà mai essere racchiuso soltanto nelle statistiche nei piazzamenti o nelle classifiche. Il ciclismo professionistico saluta oggi uno dei suoi interpreti più seri, generosi e rispettati. Il corridore siciliano, nato a Ragusa il 12 ottobre 1987, ha disputato oggi al Gran Piemonte l’ultima gara della sua carriera, concludendo in 106ª posizione e mettendo definitivamente fine a un’avventura iniziata nel 2009 ai massimi livelli internazionali.

Il saluto della carovana

A quattro giorni dal suo trentanovesimo compleanno, Caruso ha appuntato per l’ultima volta il numero sulla schiena, affrontando gli ultimi chilometri di una vita trascorsa tra allenamenti, sacrifici, salite interminabili, grandi soddisfazioni e inevitabili delusioni.

Il momento più emozionante è arrivato con l’omaggio dei colleghi, che hanno formato due ali sollevando le biciclette per salutare il corridore ragusano, insieme a Jacopo Mosca, anche lui all’ultima apparizione da professionista. Un gesto semplice, ma carico di significato, che nel linguaggio del ciclismo rappresenta uno dei riconoscimenti più sinceri: quello degli uomini con i quali si sono condivise fatiche, rischi e battaglie sulle strade di mezzo mondo.

Caruso lascia il gruppo dopo aver partecipato a 23 Grandi Giri e 32 Classiche Monumento, con otto vittorie individuali e numerosi piazzamenti di prestigio. Ma soprattutto lascia l’immagine di un atleta che ha saputo essere un gregario straordinario senza mai smettere di dimostrare di possedere le qualità necessarie per diventare un capitano di primissimo livello.

Le parole tra le lacrime di commozione

Le emozioni dell’addio: «Mi ero preparato, ma ci sono tante emozioni» La giornata del Gran Piemonte è cominciata con parole che raccontano bene lo stato d’animo del corridore siciliano, consapevole di essere arrivato alla conclusione di un lungo percorso. «Devo ammettere che ci sono tante emozioni, anche se mi ero preparato per questo momento», ha dichiarato Caruso prima della partenza.

Non è stato un addio dettato dall’impossibilità di competere o da una stagione trascorsa nell’anonimato. Anche nel 2026 il ragusano ha dimostrato di poter ancora sostenere le fatiche del grande ciclismo internazionale, partecipando al Giro d’Italia e al Tour de France in rapida successione.

Basti ricordare che al Giro ha conquistato un brillante nono posto nella classifica generale, ottenendo anche il riconoscimento di Supercombattivo e contribuendo alla conquista della Maglia Bianca da parte del giovane compagno Afonso Eulálio. Al Tour de France ha invece raggiunto un altro obiettivo personale: portare a termine la corsa e arrivare sugli Champs-Élysées di Parigi.

«Questa è l’ultima della mia carriera ma possiamo dire che anche questa stagione abbiamo corso su alti livelli. Malgrado la fatica, posso essere orgoglioso di aver portato a conclusione la mia carriera, correndo due Grandi Giri in rapida successione». Poi il riferimento al lavoro svolto per la squadra e alle soddisfazioni raccolte nell’ultima stagione: «Ho potuto supportare Eulálio nella corsa per la Maglia Rosa e vederlo vincere la Maglia Bianca. E poi, subito dopo, sono riuscito ad arrivare sugli Champs-Élysées, che era un altro dei miei obiettivi di quest’anno». Parole che non celebrano soltanto i risultati personali, ma soprattutto quelli raggiunti dai compagni. Un atteggiamento che rappresenta, forse meglio di qualsiasi altra considerazione, l’essenza della carriera di Caruso. Anche alla vigilia degli ultimi 180 chilometri non ha voluto sottrarsi alle proprie responsabilità: «Onorerò il mio ruolo di capitano su strada e proverò a dare tutto fino alla fine. E poi si riparte nel nuovo ruolo di direttore sportivo». Fino all’ultimo giorno, dunque, il suo pensiero è rimasto rivolto alla squadra.

Dalla Sicilia al grande ciclismo, una carriera costruita con il sacrificio

Per comprendere fino in fondo il valore della carriera di Damiano Caruso bisogna tornare alle sue origini, a Ragusa, dove nei primi anni Duemila comincia a coltivare la passione per la bicicletta con la Libertas Ibla. La Sicilia è la terra delle sue radici, ma anche il punto di partenza di un percorso che lo porterà a confrontarsi con i migliori corridori del panorama mondiale. Dopo le prime esperienze giovanili, nel 2004 e nel 2005 gareggia tra gli Juniores con il G.S. Berti Mobili di Massa, sotto la guida dell’ex professionista Giuseppe Di Fresco. Successivamente passa alla categoria dilettantistica, prima con la Unidelta-GLS e poi con il G.S. Mastromarco, formazione toscana nella quale comincia a mettere in evidenza le sue qualità di passista-scalatore.

Nel 2008 arriva un risultato importante: la conquista del titolo italiano Under 23 in linea a Palazzago. L’anno successivo si aggiudica il Giro Ciclistico Pesche Nettarine di Romagna e una tappa del Girobio, confermando di possedere caratteristiche interessanti soprattutto nelle corse impegnative e nei percorsi altimetricamente selettivi.

Nel luglio 2009 arriva il passaggio tra i professionisti con la LPR Brakes-Farnese Vini. Nel 2010 corre con la De Rosa-Stac Plastic, prima di approdare nel 2011 alla Liquigas-Cannondale, una delle formazioni più importanti del ciclismo italiano.

È proprio in questa squadra che Caruso comincia a maturare una delle caratteristiche che lo accompagneranno per tutta la carriera: la capacità di sacrificare le proprie ambizioni per sostenere quelle dei capitani. Accanto a corridori del calibro di Ivan Basso e Vincenzo Nibali impara a conoscere il ciclismo dei grandi appuntamenti, quello nel quale non basta possedere talento, ma occorrono resistenza, intelligenza tattica e capacità di gestire le energie nell’arco di tre settimane.

Nel Giro d’Italia 2012 indossa per sei giorni la Maglia Bianca di miglior giovane, concludendo la corsa al ventiquattresimo posto. Nel 2013 conquista la prima vittoria individuale da professionista, aggiudicandosi una tappa della Settimana Internazionale di Coppi e Bartali.

Nel 2014 arriva il primo piazzamento tra i migliori dieci di un Grande Giro, con il nono posto alla Vuelta a España. È un risultato che conferma come Caruso non sia soltanto un uomo da utilizzare in appoggio ai leader, ma anche un atleta capace di curare una classifica generale.

Gli anni alla BMC: la consacrazione internazionale

Nel 2015 Caruso passa alla BMC Racing Team, formazione nella quale rimarrà fino al 2018. Sono quattro stagioni decisive per la sua crescita sportiva, durante le quali si confronta stabilmente con i migliori specialisti delle corse a tappe. Al Giro d’Italia 2015 ottiene l’ottavo posto nella classifica generale, mentre al Tour de France contribuisce alla vittoria della BMC nella cronometro a squadre.

Negli anni successivi si mette al servizio di corridori come Tejay van Garderen e Richie Porte, ma quando riceve la possibilità di correre per un risultato personale dimostra di poter essere competitivo anche ai massimi livelli.

Nel 2017 conquista il secondo posto al Tour de Suisse, alle spalle di Simon Špilak, dopo aver indossato la maglia di leader della classifica generale. Nello stesso anno conclude undicesimo al Tour de France, trovandosi a gestire maggiori responsabilità dopo il ritiro di Porte.

Nel 2018 si piazza secondo alla Tirreno-Adriatico e quinto al Critérium du Dauphiné, due risultati che testimoniano una notevole continuità nelle competizioni a tappe. Sempre nel 2018 arriva anche una medaglia mondiale: il bronzo nella cronometro a squadre ai Campionati del mondo di Innsbruck, conquistato con la BMC. La sua reputazione nel gruppo cresce costantemente. Caruso diventa un corridore affidabile, capace di affrontare le montagne più impegnative e di garantire un rendimento regolare, senza bisogno di particolari attenzioni o di assumere il ruolo di protagonista assoluto.

Il gregario che avrebbe potuto essere un grande capitano

È probabilmente questo l’aspetto più interessante, e per certi versi più affascinante, dell’intera carriera di Damiano Caruso. Il siciliano è stato un gregario di lusso, uno di quegli uomini che qualsiasi grande squadra avrebbe voluto avere a disposizione. Un corridore capace di dettare il ritmo in salita, proteggere il capitano nelle giornate difficili, leggere le situazioni tattiche e assumersi responsabilità quando la corsa lo richiedeva. Ma sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto come un gregario.

Caruso possedeva infatti molte delle qualità necessarie per diventare stabilmente un grande capitano: resistenza sulle lunghe distanze, capacità di recupero, regolarità, intelligenza tattica e un’eccellente gestione delle tre settimane. I risultati ottenuti quando ha potuto correre per sé stesso ne rappresentano la dimostrazione più evidente. Resta allora una domanda: che cosa avrebbe potuto conquistare Damiano Caruso se avesse costruito una parte maggiore della propria carriera intorno alle ambizioni personali? Non esiste naturalmente una risposta certa, ma è legittimo pensare che avrebbe potuto ottenere altri piazzamenti di prestigio, forse ulteriori podi nei Grandi Giri e qualche vittoria importante in più.

La sua storia, tuttavia, suggerisce anche una lettura diversa

Forse per carattere, forse per quella naturale umiltà che lo ha sempre contraddistinto, Caruso non ha mai mostrato l’esigenza di reclamare continuamente i gradi di capitano. Non significa che abbia rifiutato le responsabilità o che non avesse ambizioni. Piuttosto, ha spesso accettato di mettere il proprio talento al servizio di un progetto collettivo.

In uno sport nel quale la ricerca del successo personale rappresenta inevitabilmente una componente fondamentale, questa disponibilità costituisce un valore aggiunto. E quando le circostanze gli hanno consegnato la leadership, il ragusano ha dimostrato di saperla interpretare con autorevolezza. La conferma più clamorosa sarebbe arrivata nella primavera del 2021, sulle strade del Giro d’Italia.

Giro d’Italia 2021: il capolavoro di una vita

Il 2021 rappresenta il punto più alto della carriera di Damiano Caruso, l’anno nel quale il gregario diventa protagonista e conquista definitivamente un posto nella storia recente del ciclismo italiano. Il siciliano si presenta al Giro d’Italia con la Bahrain Victorious, ancora una volta nel ruolo di uomo di fiducia di Mikel Landa, designato capitano della formazione. Ma il destino cambia improvvisamente il corso degli eventi.

Durante la quinta tappa, una caduta costringe Landa al ritiro. La Bahrain perde il proprio leader e Caruso si ritrova a dover assumere una responsabilità che inizialmente non gli era stata assegnata. È il momento nel quale una carriera può cambiare direzione. Il ragusano non si lascia condizionare dalla pressione. Affronta le montagne con lucidità, evita le giornate di crisi e riesce progressivamente a risalire la classifica generale, dimostrando una solidità straordinaria.

Di fronte a lui c’è Egan Bernal, il colombiano già vincitore del Tour de France 2019, che appare il principale candidato alla conquista della Maglia Rosa. Caruso, però, non si limita a difendere il proprio piazzamento. Giorno dopo giorno acquisisce fiducia, fino ad arrivare alla penultima tappa con la possibilità di scrivere una pagina indimenticabile.

L’Alpe Motta: il giorno in cui Caruso entro nella leggenda del ciclismo

Ci sono giornate che valgono un’intera carriera. Per Damiano Caruso quella giornata porta una data precisa: 29 maggio 2021. È la ventesima tappa del Giro d’Italia, da Verbania all’Alpe Motta, una frazione durissima, con le grandi montagne a decidere gli ultimi equilibri della classifica generale. Caruso parte da secondo, alle spalle della Maglia Rosa Egan Bernal. La logica potrebbe suggerire una condotta prudente, finalizzata soprattutto a difendere il podio. Ma il siciliano decide di osare.

L’azione prende forma nella discesa del Passo San Bernardino, a circa cinquanta chilometri dal traguardo. Caruso sfrutta il lavoro del compagno Pello Bilbao e si ritrova all’attacco insieme al francese Romain Bardet. È una scelta coraggiosa, perché significa esporsi a una lunga fatica quando la corsa deve ancora affrontare le difficoltà decisive. Il vantaggio cresce. Alle spalle, Bernal e i suoi compagni sono costretti a inseguire. Per qualche momento la possibilità di mettere seriamente in discussione anche la Maglia Rosa sembra prendere consistenza.

Ma la vera impresa di Caruso si compie sull’ultima salita. Sulle rampe che conducono all’Alpe Motta, il siciliano trova energie che sembrano andare oltre la fatica accumulata nelle precedenti diciannove tappe. Bardet non riesce a mantenere il suo ritmo e Caruso prosegue da solo. Pedala con determinazione, senza voltarsi troppo, concentrato su un traguardo che si avvicina metro dopo metro. Dietro di lui Bernal prova a contenere il distacco, ma non riesce a impedire al ragusano di conquistare la vittoria.

Quando Caruso taglia il traguardo, alzando le braccia al cielo, non celebra semplicemente il successo in una tappa del Giro d’Italia. Celebra il coronamento di anni trascorsi nell’ombra dei capitani, di sacrifici spesso invisibili e di occasioni nelle quali aveva anteposto il risultato della squadra al proprio.

È una vittoria dal significato enorme, forse una delle più belle e coinvolgenti imprese italiane di quel Giro. In quel momento il ciclismo scopre, o forse riscopre, che dietro l’affidabile gregario si nascondeva un corridore capace di compiere gesti da autentico fuoriclasse. La frase pronunciata dopo il traguardo diventa il manifesto della sua carriera: «Mi reputo un ottimo professionista, ho fatto tanti piazzamenti in carriera. Oggi ho avuto la mia giornata da campione». Sono parole semplici, prive di qualsiasi ostentazione, ma di straordinaria forza emotiva.

Il giorno successivo, nella cronometro conclusiva di Milano, Caruso difende il secondo posto nella classifica generale e sale sul podio del Giro d’Italia, a un minuto e ventinove secondi da Egan Bernal. Per un corridore che aveva iniziato quella corsa come gregario, il risultato assume un significato eccezionale. Eppure, al di là del secondo posto, rimane soprattutto l’immagine dell’Alpe Motta. Quel giorno Caruso non ha soltanto vinto una tappa. Ha dimostrato che un atleta abituato a lavorare per gli altri può trovare, anche nella maturità sportiva, il momento più luminoso della propria carriera.

Dalla gloria del Giro all’impresa della Vuelta: un 2021 indimenticabile

La straordinaria stagione di Caruso non si esaurisce con il secondo posto al Giro d’Italia. Pochi mesi più tardi, alla Vuelta a España, il siciliano torna a indossare i panni del gregario di Mikel Landa, ma riesce nuovamente a ritagliarsi una giornata da protagonista assoluto. Il 22 agosto 2021, nella nona tappa con arrivo sull’Alto de Velefique, in Andalusia, Caruso firma un’altra impresa di grande spessore tecnico e agonistico.

Inseritosi nella fuga di giornata, decide di anticipare gli avversari e affronta in solitaria gli ultimi 71 chilometri, gestendo con straordinaria lucidità uno sforzo prolungato e resistendo al ritorno degli inseguitori. È una vittoria costruita attraverso coraggio, esperienza e una notevole capacità di amministrare le energie. Il successo spagnolo conferma definitivamente che quanto accaduto all’Alpe Motta non era stato un episodio isolato.

Caruso è ormai un corridore capace di vincere sulle grandi montagne, di affrontare attacchi da lontano e di competere con i migliori specialisti delle corse a tappe. A 33 anni, il ragusano sta vivendo la stagione più importante della sua carriera, dimostrando che la maturità sportiva può rappresentare un vantaggio e che il talento, quando è accompagnato da esperienza e determinazione, può emergere anche dopo molti anni di professionismo.

Nel 2022 e il trionfo nella sua terra

Se il 2021 rappresenta l’apice internazionale della carriera di Caruso, il 2022 è l’anno di una soddisfazione dal significato profondamente personale. Il corridore ragusano torna sulle strade della sua Sicilia per disputare il Giro di Sicilia con la maglia della Nazionale italiana. Non è una corsa qualsiasi. Per un atleta che ha trascorso gran parte della propria vita sportiva lontano da casa, vincere davanti alla propria gente rappresenta qualcosa che va oltre il semplice risultato agonistico.

Caruso conquista due tappe e la classifica generale della competizione, imponendosi nell’ultima frazione con arrivo a Piano Provenzana, sulle pendici dell’Etna. È un successo che unisce il campione alla propria terra, quasi a chiudere simbolicamente il cerchio cominciato molti anni prima sulle strade di Ragusa. La Sicilia, che lo aveva visto muovere i primi passi in bicicletta, può finalmente applaudire uno dei suoi figli più rappresentativi, ormai affermato protagonista del ciclismo internazionale. La vittoria al Giro di Sicilia rimane così una delle pagine più significative del suo palmarès, non soltanto per il valore sportivo, ma anche per quello umano e affettivo.

Gli ultimi anni: la classe non conosce età

Dopo il 2022, Caruso continua a distinguersi per una longevità agonistica fuori dal comune. Nel 2023, a 35 anni, disputa un altro Giro d’Italia di altissimo livello, concludendo al quarto posto nella classifica generale, alle spalle di Primož Roglič, Geraint Thomas e João Almeida. Ancora una volta dimostra di possedere qualità da uomo classifica, soprattutto nella gestione delle grandi salite e delle ultime settimane di gara. Nel 2024 torna a svolgere prevalentemente il ruolo di gregario, sostenendo il giovane Antonio Tiberi al Giro d’Italia. Nel 2025, quando molti corridori della sua generazione hanno già concluso la carriera, il siciliano conquista addirittura il quinto posto nella classifica generale della Corsa Rosa, confermandosi tra i migliori specialisti italiani delle competizioni di tre settimane. Nella stessa stagione torna anche alla vittoria, aggiudicandosi una tappa della Vuelta a Burgos.

Il 2026 diventa infine l’anno del congedo

A 38 anni, Caruso disputa il suo nono Giro d’Italia e termina al nono posto, contribuendo in maniera determinante al successo di Afonso Eulálio nella classifica dei giovani. Nella diciassette tappa conquista anche un piazzamento sul podio di giornata e, al termine della corsa, riceve il riconoscimento di corridore più combattivo. Successivamente prende parte al Tour de France, completando così due Grandi Giri nella stessa stagione. È l’ultima dimostrazione di una professionalità che non si è mai affievolita.

Il Gran Piemonte dell’8 ottobre rappresenta il capitolo conclusivo. La corsa viene vinta dal francese Dorian Godon, davanti ad Anthon Charmig e Alberto Bettiol, ma la giornata consegna agli appassionati anche un’immagine destinata a rimanere: il saluto del gruppo a due uomini di grande esperienza come Caruso e Jacopo Mosca.

Il palmarès: otto vittorie e una lunga serie di piazzamenti prestigiosi

Il bilancio sportivo di Caruso racconta un atleta che ha saputo distinguersi soprattutto per la continuità di rendimento nelle corse a tappe. Numeri che assumono un significato ancora maggiore se si considera che Caruso ha trascorso una parte consistente della propria carriera lavorando per i capitani delle formazioni nelle quali ha militato. Il suo palmarès, dunque, non racconta soltanto le vittorie conquistate, ma anche quelle alle quali ha contribuito attraverso il proprio lavoro.

Il futuro è già scritto: dal 2027 ds nella Bahrain Victorious

Per Damiano Caruso il Gran Piemonte non rappresenta un addio definitivo al ciclismo, ma soltanto la conclusione della sua esperienza da corridore. Dal 2027 il siciliano entrerà infatti nello staff tecnico della Bahrain Victorious con il ruolo di direttore sportivo, proseguendo il rapporto con la formazione nella quale milita dal 2019. L’accordo è stato ufficializzato il 2 giugno 2026, dopo essere stato sottoscritto nell’ultima giornata del Giro d’Italia. Si tratta di una scelta che appare naturale, considerando le caratteristiche che hanno accompagnato Caruso per tutta la carriera.

La capacità di leggere la corsa, l’esperienza maturata nei Grandi Giri, la conoscenza delle dinamiche di squadra e l’autorevolezza conquistata nel gruppo costituiscono qualità importanti per chi deve guidare una formazione dall’ammiraglia. Il ragusano potrà così continuare a mettere le proprie competenze al servizio dei giovani corridori, accompagnandoli nella crescita sportiva e aiutandoli ad affrontare le difficoltà del professionismo. Il passaggio dal sellino all’ammiraglia non cancellerà il suo ruolo di uomo squadra, ma gli consentirà di interpretarlo in una dimensione diversa. Non sarà più chiamato a dettare il ritmo sulle salite o a proteggere il capitano dal vento, ma a suggerire strategie, prendere decisioni e trasmettere quella cultura del sacrificio che ha caratterizzato la sua carriera. E forse proprio in questo nuovo incarico Caruso potrà esprimere pienamente una leadership che, durante gli anni da corridore, ha esercitato spesso senza cercare i riflettori.

L’eredità di Damiano Caruso

Il ciclismo perde oggi uno dei suoi corridori più rappresentativi per serietà, continuità e dedizione. Damiano Caruso non è stato il campione delle dichiarazioni roboanti, delle polemiche o dei gesti plateali. Ha preferito parlare attraverso le prestazioni, la disponibilità verso i compagni e la capacità di affrontare con dignità tanto i successi quanto le sconfitte. Ha vinto meno di quanto il suo talento avrebbe forse consentito, ma ha costruito una carriera che va giudicata anche attraverso ciò che ha saputo offrire agli altri. È stato un grande gregario, certamente. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi a questa definizione. Perché il secondo posto al Giro d’Italia 2021, i successivi piazzamenti nella Corsa Rosa, la vittoria alla Vuelta e il trionfo al Giro di Sicilia hanno dimostrato che Caruso possedeva le qualità per essere anche un grande capitano.

Forse avrebbe potuto cercare più spesso la gloria personale. Forse avrebbe potuto pretendere maggiori opportunità. Forse la sua naturale umiltà lo ha portato ad accettare un ruolo meno appariscente rispetto alle sue effettive possibilità. Ma il ciclismo è fatto anche di scelte, di equilibri e di uomini capaci di anteporre il bene collettivo alle ambizioni individuali. Caruso ha saputo fare tutto questo senza perdere la propria identità. E quando il destino, nel maggio del 2021, gli ha offerto la possibilità di correre finalmente per sé stesso, non si è tirato indietro. Ha attaccato sulle montagne, ha sfidato la Maglia Rosa e ha conquistato l’Alpe Motta, regalando agli appassionati una delle pagine più emozionanti della sua carriera. Quella vittoria rimarrà probabilmente l’immagine più bella del suo percorso sportivo: un corridore abituato a lavorare nell’ombra che, nel giorno più importante, trova la forza di emergere e prendersi il centro della scena.

Oggi, sulle strade del Piemonte, quella lunga avventura è arrivata al capolinea

Ma se le vittorie raccontano la grandezza sportiva di un atleta, il rispetto dei colleghi ne misura anche lo spessore umano. E il saluto ricevuto dal gruppo, tra due file di biciclette sollevate verso il cielo, rappresenta forse il riconoscimento più autentico che Damiano Caruso potesse desiderare. Perché i grandi capitani si riconoscono dalle vittorie ma i grandi uomini di ciclismo anche dalla strada che hanno percorso per gli altri. E Damiano Caruso, da Ragusa all’Alpe Motta, fino all’ultimo traguardo del Gran Piemonte, ha dimostrato di appartenere a entrambe le categorie.