Addio Franco Baresi, eterno capitano rossonero
Calcio31 Luglio 2026 - 09:20
Si spegne a 66 anni il “Kaiser” che cambiò per sempre il calcio
È morto un mito del calcio
Il calcio perde uno dei suoi simboli più grandi. Franco Baresi è morto all’età di 66 anni, lasciando un vuoto immenso nel Milan, nella Nazionale italiana e nell’intero panorama calcistico mondiale. Se ne va il capitano per eccellenza, il libero che ha riscritto il modo di difendere, l’uomo che ha trasformato una maglia in una seconda pelle e che ha fatto del numero 6 rossonero un’icona destinata a non essere più indossata da nessuno.
Baresi sinonimo di Milan
Per milioni di tifosi il suo nome è sinonimo di Milan. Ventitré stagioni in prima squadra, quindici con la fascia di capitano al braccio, 717 presenze, 20 trofei conquistati e un posto eterno nella storia del club. Più di una bandiera: un simbolo di fedeltà, sacrificio e leadership in un calcio che oggi fatica a conoscere figure capaci di trascorrere l’intera carriera con un’unica maglia.
Da “Piscinin” al “Kaiser”
La sua storia sembra scritta dal destino. Nato a Travagliato l’8 maggio 1960, Franco Baresi rimase orfano in giovane età e trovò nel calcio la sua strada. A dodici anni sostenne un provino con l’Inter, dove già giocava il fratello maggiore Giuseppe, ma venne scartato perché ritenuto troppo gracile. Quel rifiuto cambiò la sua vita.
Le porte dell’ Inter rimasero chiuse, si aprirono quelle del dirimpettaio Milan
Fu il Milan ad accoglierlo grazie all’intuizione di Italo Galbiati. Dopo pochi provini entrò nel settore giovanile rossonero, dando inizio a una storia d’amore destinata a durare oltre vent’anni. Gianni Brera lo soprannominò “Piscinin”, il “piccolino” in dialetto milanese, per il fisico esile e il volto ancora adolescenziale. Con il passare degli anni, però, quel ragazzo timido sarebbe diventato il “Kaiser Franz”, appellativo ispirato a Franz Beckenbauer, il suo grande modello. Un paragone che lo stesso Baresi accoglieva sempre con modestia: «Paragonarmi a Beckenbauer mi ha sempre messo a disagio. Lui era il numero uno».
Esordio
Il 23 aprile 1978 Nils Liedholm lo lanciò in Serie A durante Verona-Milan. Indossava il numero 6, quello che lo avrebbe accompagnato fino all’ultima partita della sua carriera e che il Milan avrebbe poi ritirato in suo onore. L’anno successivo arrivò subito il primo grande trionfo. Nella stagione 1978-79 Liedholm gli affidò stabilmente il ruolo di libero dopo la partenza di Aldo Turone. Una scelta coraggiosa che cambiò la storia del Milan. I rossoneri conquistarono il decimo scudetto, quello della stella, tornando campioni d’Italia dopo undici anni. A soli diciannove anni Baresi era già diventato uno dei pilastri della squadra.
I momenti più difficili
La grandezza di Franco Baresi non si misura soltanto nei trofei conquistati. Negli anni Ottanta il Milan visse i momenti più difficili della propria storia, retrocedendo due volte in Serie B: la prima per lo scandalo del Totonero, la seconda sul campo.
Molti campioni lasciarono il club, Lui no
Pur ricevendo offerte importanti, tra cui quella della Juventus, Baresi decise di restare. Non esitò nemmeno un istante. «Io ero del Milan. Non ci ho mai pensato.» Una frase diventata il manifesto della sua fedeltà.
Il capitano dell’era Berlusconi
Nel 1986 iniziò l’era di Silvio Berlusconi e Franco Baresi ne divenne il primo grande capitano. Con Arrigo Sacchi arrivò una rivoluzione destinata a cambiare il calcio mondiale. La marcatura a uomo lasciò spazio alla zona, il pressing alto sostituì l’attesa, la linea difensiva salì fino a trasformare il fuorigioco in un’arma tattica. Per un libero cresciuto nel calcio tradizionale sembrava una sfida impossibile. Inizialmente Baresi faticò ad accettare quei cambiamenti e arrivò persino a valutare un addio. Poi comprese la visione di Sacchi e ne diventò il principale interprete sul campo. Fu proprio lui il comandante della linea difensiva più celebre della storia del calcio, quella formata insieme a Mauro Tassotti, Alessandro Costacurta e Paolo Maldini. Con il semplice gesto di un braccio alzato guidava i compagni, faceva scattare il fuorigioco e teneva in pugno l’intera partita.
Il Milan più forte di sempre
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta il Milan dominò il calcio europeo. Nel 1989 arrivò la prima Coppa dei Campioni dell’era moderna con il memorabile 4-0 alla Steaua Bucarest nella finale di Barcellona. Da capitano fu proprio Baresi ad alzare al cielo il trofeo. Seguirono altri successi straordinari: tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, quattro Supercoppe Europee, sei scudetti e numerosi altri trofei. Nel 1989 sfiorò anche il Pallone d’Oro, chiudendo al secondo posto dietro il compagno Marco Van Basten. Un risultato eccezionale per un difensore, in un’epoca dominata dagli attaccanti.
Il gol impossibile e la tripletta inattesa
Pur essendo un difensore, Baresi regalò anche momenti offensivi entrati nella storia. Il suo gol più bello arrivò il 4 aprile 1982 contro la Roma: controllo spettacolare da fuori area e sinistro sotto l’incrocio, una rete da attaccante puro. Ancora più sorprendente fu la tripletta realizzata nel gennaio 1990 contro il Messina in Coppa Italia. Tutti e tre i gol arrivarono su calcio di rigore, permettendogli addirittura di conquistare il titolo di capocannoniere della competizione.
Le lacrime di Pasadena
Se il Milan rappresentò la sua casa, la Nazionale fu il sogno di una vita. Campione del mondo nel 1982, pur senza scendere in campo, Baresi trovò il suo momento più iconico con l’Italia dodici anni più tardi. Ai Mondiali del 1994 si lesionò il menisco durante il torneo, ma riuscì incredibilmente a recuperare in appena venticinque giorni per giocare la finale contro il Brasile. Disputò una partita straordinaria, annullando Romário e Bebeto, prima che tutto si decidesse ai calci di rigore. Fu il primo rigorista italiano. Il suo tiro finì alto sopra la traversa. Pochi minuti dopo Roberto Baggio sbagliò il rigore decisivo e il Brasile diventò campione del mondo. L’immagine di Franco Baresi in lacrime sul prato del Rose Bowl di Pasadena rimane una delle fotografie più dolorose e simboliche della storia dello sport italiano.
L’ultimo saluto di San Siro
Il 28 ottobre 1997 San Siro si fermò per salutare il suo capitano. Sessantamila persone riempirono lo stadio per la partita d’addio contro una selezione All Stars con campioni come Romário, Zico e Hugo Sánchez. Baresi trovò perfino la gioia del gol, prima di lasciare spazio all’emozione. La Curva Sud espose uno striscione destinato a restare nella memoria collettiva: “Unica e inimitabile bandiera rossonera.” Silvio Berlusconi gli consegnò simbolicamente un Pallone d’Oro, riconoscimento ideale a una carriera che aveva meritato il massimo premio individuale. Poco dopo il Milan ritirò definitivamente la maglia numero 6.
L’uomo oltre il campione
Fuori dal campo Franco Baresi era l’opposto del leader autoritario che appariva durante le partite. Schivo, educato, profondamente rispettoso degli altri, dedicò molti anni al sociale attraverso la Fondazione Milan, sostenendo progetti per bambini e famiglie in difficoltà in Africa, Medio Oriente e in altre parti del mondo. Nella sua ultima intervista aveva indicato nel rispetto il valore più importante della sua vita. «Ciò che conta in campo come nella vita è il rispetto e l’educazione. Prendersi cura degli altri è un compito che ho cercato di assolvere fin da giocatore.» Parole che oggi assumono il valore di un testamento morale.
Il calcio saluta il suo ultimo grande libero
Con la scomparsa di Franco Baresi il calcio perde molto più di un campione. Se ne va il difensore che ha saputo unire due epoche: quella della marcatura a uomo e quella della zona, quella del libero classico e quella del calcio moderno. Ha dimostrato che intelligenza tattica, coraggio e leadership possono contare quanto la forza fisica, diventando il punto di riferimento per generazioni di difensori.
Per i tifosi del Milan resterà semplicemente il Capitano
Per gli appassionati di calcio sarà per sempre il Kaiser della difesa, l’uomo che trasformò il ruolo del libero in un’opera d’arte. E mentre San Siro, il Milan e il mondo del calcio gli rendono omaggio, resta l’eredità più preziosa lasciata da Franco Baresi: la certezza che esistono campioni capaci di vincere tutto senza mai smettere di essere uomini. Il numero 6 continuerà a non scendere in campo. Perché alcune maglie, come alcune leggende, appartengono per sempre alla storia.