«Abbiamo costruito qualcosa di unico», Andrea Devicenzi firma l’impresa a Lainate percorrendo 623,8 km
Sport22 Settembre 2026 - 14:31
A circa quaranta ore dal momento in cui le ruote della sua bicicletta hanno smesso di girare sull’asfalto del circuito “LA PISTA” di Lainate, la portata dell’impresa comincia ad acquisire contorni definiti. Andrea Devicenzi ha completato una prova straordinaria sulla distanza di 623,820 chilometri, un riscontro chilometrico valevole per il conseguimento di ben dieci primati mondiali in fase di omologazione da parte della WUCA (World UltraCycling Association).
Un traguardo maturato dopo mesi di pianificazione certosina, sessioni atletiche estenuanti lungo gli argini del fiume Po e un lavoro d’impostazione che ha coinvolto un team multidisciplinare, capace di curare ogni singolo dettaglio logistico e meccanico.
Il racconto di Devicenzi: «Una vittoria costruita sulla fiducia e sul gruppo»
A mente fredda, l’atleta paralimpico ha ripercorso i passaggi emotivi e preparatori che lo hanno accompagnato in questa sfida limite:
«Sono passate circa quaranta ore da quando sono arrivato, e faccio ancora fatica a rendermi conto del numero che ho lasciato sul circuito de LA PISTA di Lainate: 623,820 chilometri. Lo scrivo e non mi sembra ancora del tutto vero. Il corpo è stanco, la testa è stanca e sono certo che più passerà il tempo, più riuscirò a tradurre in parole quello che ho davvero vissuto dentro quei chilometri. Per ora, provo a scrivere quello che riesco a pensare in questo momento. In queste ore, a occhi chiusi, sdraiato, mentre ripensavo a tutto quanto, mi è tornata in mente una parola sola. COSTRUIRE. Sì, proprio così: sento che questi dieci record li ho costruiti nell’anno, negli anni, sotto moltissime forme».
Il percorso di avvicinamento ha toccato molteplici aspetti, dalla preparazione atletica al supporto tecnologico:
«Li ho costruiti in sella, prima di tutto, sull’argine maestro, a fianco del fiume Po, ore su ore, con la bici TiRED fatta su misura per me. Li ho costruiti ascoltando le interviste di chi aveva già affrontato prove simili tra le persone normodotate, cercando in quelle storie qualcosa da portare nella mia. Li ho costruiti con gli esercizi per irrobustire il corpo, giorno dopo giorno, nei mesi in cui la sfida sembrava ancora lontana. Ma soprattutto li ho costruiti insieme alla squadra che mi ha affiancato in tutto questo tempo».
Un’organizzazione impeccabile al box ha consentito all’atleta di concentrare ogni energia unicamente sulla performance:
«Con Fausto e Alessia, che hanno programmato, comunicato, cercato gli sponsor che hanno reso possibile tutto questo. Con Romolo ed Erica, che hanno costruito la bici in ogni suo dettaglio, pensandola intorno a me invece che adattando me a lei. Con Alessandro, giudice per la seconda volta dopo Palma de Mallorca dello scorso anno e con i ragazzi del mio progetto scolastico “Oltre l’Impossibile”, che in questi anni hanno condiviso con me un pezzo di strada e che ancora una volta erano lì. Tutto era perfettamente programmato e studiato. Dal primo metro in sella, io pensavo esclusivamente al mio corpo: all’andatura, ai watt, a giocare sulle traiettorie per ottimizzare ogni centimetro. A tutto il resto, ci pensava chi era al box, ognuno concentrato sul proprio compito, nessuno sui miei. È stata proprio questa divisione, questa fiducia reciproca, a portarci al traguardo. Io non avrei potuto pensare a tutto. Loro hanno pensato a tutto quello che io non potevo».
La gestione dei momenti critici e la fase di recupero
La lunga maratona sui pedali ha riservato passaggi complessi, superati con determinazione metodica:
«Non è stato un percorso lineare, e non voglio raccontarlo come se lo fosse stato. Ci sono stati momenti difficilissimi, in cui arrivare al termine delle due ore che separavano una sosta dall’altra sembrava interminabile. In quei momenti è tornato, ancora una volta, il pensiero che mi accompagna da sempre, oramai diventato per me un mantra, “un passo alla volta”, solo che questa volta si è allargato, naturalmente, in “un chilometro alla volta”. Quello, insieme all’incitazione che arrivava a ogni giro da chi mi seguiva dal box, mi ha aiutato costantemente a intravedere la fine del tunnel, anche quando sembrava lontanissima».
Archiviata l’impresa, il programma prevede ora il graduale ripristino delle energie psico-fisiche:
«Adesso l’obiettivo è semplice, ed è il primo vero cambio di passo dopo mesi di programmazione millimetrica: recuperare appieno le forze, tornare in sella per allenamenti di recupero, senza nessuna finalità specifica. Solo il piacere di pedalare, e la cura della mia salute fisica e psicologica, quella che per mesi ho messo al servizio di un obiettivo preciso, e che ora torna a essere semplicemente mia. Nel frattempo aspettiamo da WUCA le distanze certificate ufficialmente, e poi festeggiamo una seconda volta, come si deve. Ma il grazie più grande, quello vero, va già da ora a tutte le persone che in qualche modo hanno contribuito a questo traguardo e sono davvero tantissime. Perché se c’è una cosa che questi 623,820 chilometri mi hanno confermato, è che la condivisione è l’unico modo per arrivare così lontano. Da soli, forse, si arriva. Ma non così lontano. E soprattutto, non così».
L’iniziativa si è avvalsa del contributo di un pool di partner ed enti sostenitori: Progetti del Cuore, Borello, Pomì, Quixa, Vittoria, Katana, TOOT Engineering, TiRED Bikes, Coppini Arte Olearia, Tagliabue, Dama, Deda Elementi, Fizik, AVR, ANMIC Cremona e Dona di Slancio. (Foto di Marta Callegaro).








