C’è un rumore a Siracusa che fa più paura delle deflagrazioni notturne, del metallo piegato delle saracinesche e delle fiamme che si alzano impietose: è il rumore dei passi mancanti. Ieri, tra le vie che portano al cuore bianco di Ortigia, lo striscione “Siracusa non si piega” ha aperto un corteo che è stato, al contempo, un atto d’orgoglio e una radiografia impietosa di una ferita sociale aperta.
La scelta degli organizzatori è stata netta: niente simboli, niente colori politici, solo corpi e volti. Un’estetica della protesta che mirava all’unità assoluta, ma che ha finito per evidenziare, per contrasto, le troppe assenze. Se da un lato le associazioni di categoria e le reti antiracket hanno presidiato il territorio con la loro presenza fisica, e se nel gruppo spiccavano molti sindaci con le loro fasce tricolori, dall’altro si è percepito lo scollamento con quella “maggioranza silenziosa” che la mafia del racket continua a vessare.
Il dato più amaro della giornata non è numerico, ma simbolico. Mentre il corteo sfilava verso Piazza Archimede, scortato dall’energia degli studenti — unica nota sonora in una marcia perlopiù muta — la città “produttiva” sembrava guardare altrove. Le ragioni di questa freddezza risiedono probabilmente in un mix letale tra un deficit comunicativo, che ha confinato l’invito alla piazza entro canali poco praticati dalla gente comune, e una sfiducia sistemica verso le istituzioni che scoraggia la partecipazione.
A questo si aggiunge l’ombra di una possibile assuefazione, il timore cioè che possa farsi strada la sciagurata ipotesi di considerare l’estorsione quasi come un ineluttabile costo d’esercizio, un dazio amaro da accettare passivamente piuttosto che un abuso da denunciare ed estirpare con forza.
Sfilare in silenzio è un messaggio potente, ma il silenzio di chi è rimasto a casa rischia di essere interpretato come un segnale di resa, paura, o peggio ancora indifferenza. La lotta al racket non può essere una delega alle forze dell’ordine o ai rappresentanti di categoria; deve diventare un’abitudine civica.
Siracusa si trova oggi davanti a un bivio: lasciare che l’incertezza e il silenzio alimentino il potere di chi ricatta, oppure trasformare gli attentati subiti negli ultimi mesi, la forza e il coraggio di chi ha sfilato, nel punto di rottura definitivo con il passato. La partita non si gioca più sulla rappresentatività e la delega, ma sulla determinazione di un’intera comunità a riprendersi i propri spazi e la propria libertà.
L’esortazione che ha guidato il corteo deve farsi realtà quotidiana e corale, perché solo la compattezza di una città intera può dare sostanza e fiato al grido: “Siracusa non si piega”.