FRANCESE, IL CRONISTA CHE SCRUTÒ DENTRO LA CUPOLA

di Umberto Riccobello

Ricorreva ieri l’anniversario dell’uccisione di Mario Francese, un uomo che non scriveva per dovere di cronaca, ma per necessità di verità. In un’epoca in cui la parola “mafia” veniva ancora pronunciata sottovoce, lui scelse di declinarla in ogni sua sfumatura, trasformando la solitudine di un giornalista in un faro capace di illuminare le dinamiche dei Corleonesi. Non si limitava a riportare i fatti; Francese i fatti li collegava, li sviscerava e, spesso, li prevedeva.

La sua capacità analitica emerse già nei passaggi cruciali della storia siciliana: dalla strage di Ciaculli del ’63, al processo di Bari del 1969, fino al fiuto con cui sostenne che la morte di Cosimo Cristina non fosse un suicidio, ma un omicidio di mafia.

Fu l’unico capace di superare il muro di silenzio della famiglia Riina, riuscendo a intervistare Antonietta Bagarella, ma soprattutto fu il primo a comprendere che dietro la facciata dei “viddani” si stava riorganizzando una “Commissione” pronta a tutto per prendersi tutto.

Il cuore pulsante della sua condanna a morte fu, con ogni probabilità, l’inchiesta sulla diga Garcia. Francese svelò un meccanismo predatorio che trasformava il denaro pubblico in ossigeno per i clan. Documentò come il costruttore don Peppino Garda, presunto boss di Monreale, avesse venduto frettolosamente i suoi edifici in via Sciuti per reinvestire cento milioni di lire in un latifondo destinato a diventare il centro di un affare faraonico.

Quei terreni, pagati complessivamente due miliardi, ne fruttarono ben diciassette grazie ai fondi della Cassa del Mezzogiorno: una cifra enorme che finì dritta nelle casseforti mafiose.

Francese non si fermò ai numeri. Scrisse nomi e cognomi sul Giornale di Sicilia, spiegando che dietro la scia di attentati e la dozzina di morti ammazzati non c’erano sgarbi d’onore, ma subappalti, forniture di cemento e il controllo delle cave. Ebbe il coraggio di collegare l’omicidio del colonnello Giuseppe Russo, avvenuto nel 1977 a Ficuzza, frazione di Corleone, proprio a quelle controversie nate per i subappalti.

Questa sua ostinazione nel denunciare l’ascesa della fazione legata a Luciano Liggio e Totò Riina lo rese un bersaglio intollerabile. La sera del 26 gennaio 1979, quella ricostruzione millimetrica del potere si interruppe sotto i colpi di pistola di Leoluca Bagarella, che lo uccise davanti a casa sua, a Palermo, ad appena 54 anni.

Il suo sacrificio non fu un caso isolato, ma si inserisce in una tragica cronologia di giornalisti siciliani che hanno pagato con la vita il rifiuto del silenzio. Oltre a Cosimo Cristina, il cui omicidio fu studiato per simulare un suicidio, ricordiamo Mauro De Mauro, sparito nel nulla tra i misteri del potere, e Giovanni Spampinato, ucciso a Ragusa per le sue scomode inchieste sull’eversione nera. La lista prosegue con il coraggio di Peppino Impastato, l’intelletto lucido di Pippo Fava, la voce instancabile di Mauro Rostagno, siciliano d’adozione, e la ricerca di verità di Beppe Alfano.

La sentenza che nel dicembre 2003 condannò i vertici della Cupola — Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Raffaele Ganci e Francesco Madonia — restituisce la misura definitiva del suo lavoro.

Come si legge nelle motivazioni della condanna: “Il movente dell’omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni ’70”.