La Democrazia Cristiana siciliana ha sciolto le riserve, imboccando con decisione la strada della “resistenza” identitaria. Nonostante le recenti turbolenze e le pressioni esterne che suggerivano un cambio di pelle, il partito ha scelto di non mutare né il proprio nome né il simbolo.
Una decisione che sancisce la fine di ogni ipotesi di fusione con altre formazioni e ribadisce la volontà di esistere come forza autonoma, fedele al progetto originario.
Il segnale di questo nuovo corso è arrivato con l’azzeramento della precedente segreteria regionale. Dopo le dimissioni di Stefano Cirillo — un passo compiuto per non alimentare i conflitti con il segretario nazionale facente funzioni Gianpiero Samorì — la gestione del partito in Sicilia è passata ufficialmente nelle mani di un triumvirato.
A guidare la DC verso il congresso di giugno saranno Salvatore Cascio, Fabio Meli e Carmelo Sgroi. A questi tre commissari è stato affidato il compito di riorganizzare le fila e, soprattutto, di agire come interlocutori ufficiali nei confronti del governo Schifani e degli alleati di coalizione.
Nonostante l’isolamento istituzionale degli ultimi mesi, la scelta di non cambiare nome non sembra affatto preludere a un ruolo di secondo piano. Al contrario, i parlamentari all’ARS sembrano convinti che la difesa della propria identità possa paradossalmente riaprire le porte della Giunta regionale.
La strategia della deputazione appare chiara: puntare sulla propria consistenza all’interno dell’Assemblea per fare pressione nella maggioranza. L’ambizione dei dirigenti è quella di dimostrare che un gruppo parlamentare così compatto e radicato non può essere ignorato nella composizione della squadra di governo.
La speranza, neanche troppo velata, è che la necessità di stabilità politica prevalga sui veti originati dalle recenti cronache giudiziarie che hanno coinvolto il segretario nazionale Totò Cuffaro, portando alla nomina di un nuovo assessore di riferimento.
Per quanto riguarda la tenuta interna del movimento, la narrativa ufficiale dipinge un partito in piena salute. Secondo quanto dichiarato dai vertici e dal capogruppo Pace, la DC sarebbe una comunità viva e refrattaria alle polemiche. Nelle comunicazioni del partito si afferma che le recenti assemblee provinciali hanno mostrato una base attiva e per nulla scossa dalle dimissioni di Cirillo o dalle frizioni nazionali.
Saranno i prossimi mesi, e soprattutto l’esito del congresso di giugno, a confermare se questa solidità dichiarata si tradurrà in un reale ritorno all’interno della giunta di Palazzo d’Orleans e nella sopravvivenza stessa della Democrazia Cristiana