UNIVERSITÀ BANDITA, CONDANNATO L’EX RETTORE BASILE

di Redazione

Sette anni dopo il terremoto giudiziario che scosse le fondamenta dell’Università di Catania, la seconda sezione del Tribunale ha messo un primo punto fermo sull’inchiesta. La sentenza, letta dalla presidente Enza De Pasquale alla presenza dai vertici della Procura etnea, restituisce un quadro profondamente ridimensionato rispetto alle pretese iniziali dell’accusa, ma non privo di sanzioni pesanti per i vertici del sistema allora vigente.

Il bilancio finale parla di sei condanne e ben quarantacinque assoluzioni. Il nome di spicco è quello dell’ex rettore Francesco Basile, la cui posizione è stata definita dai giudici con una condanna a cinque anni di reclusione.

Per il chirurgo ed ex inquilino del Palazzo Centrale, il Tribunale ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici, riqualificando alcune condotte nel reato di induzione indebita a dare o promettere utilità. Nonostante l’assoluzione per diversi altri capi d’imputazione, la pena inflitta a Basile è l’unica a non godere del beneficio della sospensione condizionale.

Pene meno severe, fissate a due anni con sospensione della pena, sono state comminate a Filippo Drago, Antonio Giuseppe Biondi, Marcello Angelo Alfredo Donati e Marco Montorsi. Chiude l’elenco dei condannati Giuseppe Maria Pappalardo, con una sentenza a otto mesi di reclusione.

A pesare in modo determinante sul numero massiccio di proscioglimenti — ben 39 dei 45 totali — è stata la recente evoluzione del Codice penale. L’abrogazione del reato di abuso d’ufficio tracciata dalla riforma Nordio nell’agosto di due anni fa ha infatti svuotato di rilevanza penale gran parte delle contestazioni mosse dalla Digos nel blitz del 2019.

Per quasi quaranta imputati, tra cui l’ex sindaco di Catania Enzo Bianco e l’ex rettore Giacomo Pignataro, il verdetto è stato di assoluzione perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.

Si chiude così un capitolo che vedeva l’Ateneo catanese come un sistema chiuso, dove i concorsi venivano “cuciti” addosso ai candidati prescelti attraverso un complesso gioco di turbative e falsi.

La rilevanza del caso è stata sottolineata dalla presenza in aula, al momento del verdetto, del Procuratore capo Francesco Curcio e dell’aggiunta Agata Santonocito. L’accusa, che aveva inizialmente sollecitato quarantacinque condanne, dovrà ora attendere i novanta giorni previsti per il deposito delle motivazioni per valutare eventuali ricorsi in appello.