L’Aula del Senato è stata ieri teatro di un confronto serrato e a tratti drammatico, dove la cronaca di una tragedia annunciata si è intrecciata con la difesa appassionata del lavoro svolto. Il Ministro per la Protezione Civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, ha risposto all’informativa richiesta dalle opposizioni sulla frana di Niscemi senza limitarsi ai meri dati tecnici, preferendo aprire i cassetti di una storia istituzionale lunga trent’anni, segnata da inerzie, rimpalli di competenze e una fragilità geologica che sembra non lasciare scampo.
L’esposizione ha preso le mosse da una fotografia impietosa del quadro meteorologico che ha investito il Mezzogiorno dalla metà di gennaio. Musumeci ha descritto eventi di portata eccezionale: piogge torrenziali che hanno scaricato in pochi giorni oltre cinquecento millimetri d’acqua su territori già provati come il Messinese, la Calabria ionica e la Sardegna meridionale. I numeri portati in Aula raccontano di una natura fuori controllo, con onde che hanno sferzato le coste siciliane superando gli otto metri e picchi di sedici metri registrati dalle boe d’altura nel Canale di Sicilia.
In questo scenario, la frana di Niscemi è emersa come il caso più critico. Il Ministro ha spiegato come un movimento già noto abbia subito una mutazione morfologica improvvisa in poche ore, espandendo il proprio fronte fino a superare i quattro chilometri. Il dislivello della scarpata è aumentato di decine di metri in modo retrogressivo, minacciando direttamente il centro storico. Musumeci ha chiarito che non si tratta di una fatalità imprevista, ma di un rischio strutturale: in Sicilia, nove comuni su dieci convivono con il pericolo costante di veder scivolare via il proprio suolo.
Il cuore dell’intervento è stata la ricostruzione storica della vicenda niscemese, iniziata ufficialmente nel 1997. Attraverso il recupero di documenti stenografici e relazioni tecniche, l’esponente del Governo ha svelato un paradosso burocratico durato quasi tre decenni. Ha ricordato come, all’indomani del primo smottamento, vennero emanate ben nove ordinanze in cinque anni; tuttavia, la frammentazione dei soggetti attuatori — dai prefetti ai capi dipartimento — portò a uno stallo permanente.
Il passaggio più significativo della ricostruzione è stato il richiamo a un parere scientifico del 2005. In quell’anno, gli esperti definirono il fenomeno di Niscemi come un corpo franoso di dimensioni tali da rendere impossibile qualsiasi intervento di stabilizzazione definitiva. Nonostante tale condanna scientifica, la macchina amministrativa ha continuato a muoversi a vuoto per anni. Musumeci ha citato con amarezza il 2014, quando a diciassette anni dal primo evento restavano ancora da abbattere settantuno edifici inabitabili, mentre la Protezione Civile regionale — allora sotto i governi di centrosinistra — scaricava ogni responsabilità di messa in sicurezza sull’amministrazione comunale.
Davanti a un’Aula partecipe e a tratti rumorosa, il Ministro ha rivendicato l’operato svolto durante la sua presidenza della Regione Siciliana (2017-2022). Ha sottolineato come al suo insediamento l’isola fosse l’unica regione d’Italia priva di un’Autorità di bacino, strumento fondamentale per la pianificazione del rischio, istituito poi dal suo governo in soli tre mesi. L’informativa ha poi affrontato il tema più spinoso: l’aggiornamento del Piano per l’assetto idrogeologico (PAI) del maggio 2022. Musumeci ha spiegato che quella mappatura, che elevava il rischio al livello massimo R4, non fu un atto di pigrizia burocratica, ma la base scientifica necessaria per avviare finalmente il piano di demolizioni e le delocalizzazioni. In quel quinquennio, la Sicilia è risultata al vertice delle classifiche nazionali per capacità di spesa contro il dissesto, con l’impegno del 90,7% dei fondi disponibili.
Allargando lo sguardo alle politiche nazionali del Governo Meloni, è stato delineato un cambio di visione radicale: il passaggio dalla gestione dell’emergenza alla cultura della prevenzione. Sono state citate cifre che superano i settecento milioni di euro già impegnati tramite il Dipartimento Casa Italia e i due miliardi programmati dal Ministero dell’Ambiente.
Per Niscemi, il Ministro ha garantito che non esiste un problema di risorse — pronte e disponibili — quanto di visione progettuale condivisa. È stata inoltre annunciata una commissione di studio speciale per comprendere i motivi tecnici dell’ultima accelerazione della frana, integrando tecnologie all’avanguardia come i dati satellitari dell’ASI e i rilievi tramite droni per perimetrare millimetricamente l'”area rossa”.
L’intervento si è concluso con una dura presa di posizione contro lo “sciacallaggio in giacca e cravatta“, riferito ai tentativi di strumentalizzazione politica della tragedia. In questo frangente, Musumeci ha dimostrato una coerenza istituzionale che spesso latita nel dibattito odierno. Mentre molti cercavano un colpevole immediato, egli ha avuto il coraggio di esporre una verità scomoda: il fallimento è stato collettivo e stratificato nel tempo.
La sua difesa non è stata un arroccamento, ma un atto di trasparenza basato su atti certi. È apparso evidente come l’attacco delle opposizioni abbia tentato di isolare strumentalmente gli ultimi mesi del suo mandato regionale per coprire un quarto di secolo di silenzi e omissioni precedenti. Musumeci ha scelto di non cercare alibi, assumendosi la responsabilità istituzionale di quanto avvenuto sotto la sua gestione, ma pretendendo il medesimo coraggio da chi oggi tenta di cancellare le proprie passate responsabilità.
Nel panorama attuale, vedere un Ministro rispondere ai processi mediatici con la forza dei documenti e rivendicare la creazione di strutture permanenti restituisce dignità alla Protezione Civile. La credibilità, ha ricordato Musumeci, non si misura con la bilancia delle polemiche, ma con il consenso e la concretezza dei fatti.