Tra il dicembre 2025 e i primi mesi del 2026, la provincia di Siracusa è scivolata in un clima di tensione che non si respirava da decenni. siracusa bombe carta
Quella che inizialmente poteva apparire come una serie di episodi slegati si è rivelata una sequenza organizzata di atti intimidatori, una vera e propria “offensiva” volta a destabilizzare l’ordine pubblico per imporre una nuova egemonia mafiosa sul territorio.
La gravità della situazione ha spinto la Procura Distrettuale Antimafia di Catania a prendere le redini del coordinamento investigativo, confermando che dietro il fragore delle bombe carta e il divampare degli incendi non ci sono cani sciolti, ma la firma evidente della criminalità organizzata.
L’offensiva dei clan: tra vecchi leader e nuove dinamiche
La “strategia della tensione” siracusana è iniziata a dicembre, puntando a colpire nel momento di massima vulnerabilità e liquidità degli esercenti: le festività natalizie.
Il 12 dicembre, l’esplosione davanti alla storica Pasticceria Brancato in via Grottasanta non ha solo frantumato vetrate, ma ha squarciato il senso di sicurezza della città. Colpire un simbolo dell’eccellenza locale è stato un messaggio chiaro: nessuno, per quanto prestigioso, è immune.
La strategia è andata avanti, toccando il quartiere Bosco Minniti con il “Mio Bar” e viale Zecchino, aumentando il clima di paura in città.
Con l’inizio del 2026, l’offensiva ha alzato il tiro, spostandosi verso il cuore pulsante del turismo: l’isola di Ortigia. Il caso della famiglia Borderi è diventato paradigmatico della ferocia dei clan. Prima l’incendio del magazzino il 9 gennaio, poi l’esplosione del 15 gennaio alla Marina, che ha sventrato i locali della loro nuova attività in fase di inaugurazione. Questo attacco non era solo un tentativo di estorsione, ma un messaggio preventivo verso chiunque tenti di investire e crescere senza il beneplacito delle cosche.
Le cause di questa recrudescenza sono profonde e si intrecciano con il delicato momento di transizione che sta vivendo la malavita siracusana. Le autorità giudiziarie, supportate dalle relazioni della DIA e dalle parole di Giovanni Di Pietro, presidente facente funzioni della Corte d’Appello di Catania, indicano nelle recenti scarcerazioni il principale catalizzatore della violenza.
Il ritorno in libertà di esponenti storici dei clan Bottaro-Attanasio, Santa Panagia e del “Gruppo della Borgata” ha innescato una riorganizzazione interna. Questi leader, spesso dotati di una sorta di “prestigio criminale” che resiste anche a decenni di detenzione, provengono da una stagione in cui la mafia affermava la propria presenza sul territorio con una violenza militare ancor più esplicita e sanguinaria rispetto agli standard odierni.
Per questi esponenti della “vecchia guardia”, la necessità di riaffermare immediatamente la propria leadership si sposa con l’esigenza di rimpinguare le casse del clan, vitali per il sostentamento delle famiglie dei detenuti.
La nuova struttura del potere mafioso
Oggi, la struttura della criminalità organizzata siracusana rimane divisa in tre grandi gruppi ma in un modello ibrido, che vede sempre più spesso delle collaborazioni tra esponenti di gruppi diversi:
- Il Clan Bottaro-Attanasio: Rimane l’organizzazione egemone, mantenendo un legame storico e privilegiato con il potente Clan Cappello di Catania. Questa alleanza garantisce un canale preferenziale per il rifornimento di armi e cocaina. La figura di Alessio Attanasio, nonostante il regime di 41-bis, continua a rappresentare un punto di riferimento ideologico; la sua capacità di comunicare attraverso la sua compagna e gli scritti giuridici compatta la struttura del clan.
- Il Gruppo della Borgata: Originariamente una costola dei Bottaro-Attanasio, ha assunto negli ultimi mesi una propria autonomia operativa, concentrandosi sul controllo militare del quartiere Santa Lucia. Gestiscono un sistema capillare di bische clandestine e piazze di spaccio che fungono da “bancomat” per il sostentamento delle famiglie dei detenuti.
- Il Clan Santa Panagia: Radicato nella zona nord, è il referente territoriale del clan Santapaola-Ercolano. Questa connessione etnea conferisce al gruppo una stabilità strategica e l’accesso a reti di riciclaggio più complesse. La convivenza con i Bottaro-Attanasio, un tempo conflittuale, sembra oggi aver lasciato il passo a una “pax mafiosa” finalizzata alla spartizione dei profitti delle estorsioni e soprattutto del narcotraffico.
In questo scacchiere, la violenza dinamitarda serve anche a riequilibrare i rapporti di forza interni: ogni bomba non è solo un messaggio al commerciante, ma un segnale di vitalità inviato ai clan rivali e ai referenti catanesi.
Il ruolo della Procura Distrettuale Antimafia
La svolta decisiva arriva con il passaggio formale del fascicolo alla Procura Distrettuale Antimafia (DDA) di Catania. La decisione non è puramente burocratica: la competenza passa ai magistrati etnei perché l’escalation di bombe ad Avola e nel capoluogo non può più essere considerata una sequenza di semplici reati contro il patrimonio, ma l’espressione di una strategia di stampo mafioso.
Gli inquirenti della DDA intendono verificare quanto il racket delle estorsioni sia tornato al centro degli interessi dei clan, che con l’esplosione davanti al negozio di elettrodomestici ad Avola e gli attacchi ai bar di Siracusa hanno dato un segnale inequivocabile sul ritorno alle vecchie pratiche intimidatorie .
Tuttavia, nonostante i progressi investigativi, la risposta della società civile resta invece più complessa da analizzare. Sebbene il 23 gennaio centinaia di persone abbiano sfilato al grido di “Siracusa non si piega”, è emersa una crepa nel tessuto sociale della città: la partecipazione ancora troppo scarsa dei commercianti, molti dei quali sono rimasti a guardare il corteo dalle soglie delle proprie botteghe, prigionieri di una paura radicata e diffusa. Il muro dell’omertà, sebbene scalfito dal coraggio di pochi, rimane ancora troppo solido.
Adesso è il momento di prendere una posizione: cedere alla rassegnazione del “pagare tutti per non rischiare nulla” o trasformare lo sdegno collettivo in una rete di denunce concrete. Solo se la paura dell’imprenditore sarà sostituita dalla compattezza delle istituzioni e della società civile Siracusa potrà finalmente riappropriarsi del proprio futuro.
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