Mentre cala il sipario sulle celebrazioni di quest’anno e l’eco del grido “Cittadini!” vibra ancora tra le strade, la devozione per Sant’Agata si appresta a varcare i confini nazionali.
Non è più solo una questione di orgoglio locale: il percorso per inserire la Festa di Sant’Agata nel Patrimonio dell’Umanità Unesco è ormai un progetto concreto, che adesso entra nel vivo.
Un legame viscerale che cancella ogni distanza
A spiegare bene questo progetto è il professor Luigi Petrillo, l’esperto che coordina la candidatura. La sua intuizione è semplice quanto potente: a Catania la cittadinanza non è scritta sulla carta d’identità, ma nel cuore.
Essere “Cittadini di Sant’Agata” significa far parte di una sorta di “grande famiglia” che non conosce davvero confini geografici. È un sentimento che azzera le distanze: non importa se vivi sotto l’Etna o dall’altra parte del mondo, se senti il richiamo della Santa, sei parte della comunità.
Questo cammino verso Parigi ha preso una rincorsa decisa grazie a un patto storico tra Comune, Chiesa e Università. Non si tratta di un freddo iter amministrativo, ma di una missione condivisa per proteggere un tesoro fatto di rituali che sembrano di un’altra epoca ma che in realtà sono ad oggi più vivi che mai.
La sfida del Comitato Scientifico e dei ricercatori dell’Ateneo catanese ora è quella di mettere nero su bianco questa energia travolgente. Il prossimo grande appuntamento è ad agosto, per i 900 anni dal ritorno delle reliquie in città: sarà l’occasione per dimostrare all’Unesco come questa festa sia la vera anima di Catania, capace di tenere unita una città complessa e meravigliosa.
Perché questa festa non è come le altre
Dire che Sant’Agata è una processione sarebbe riduttivo: è un’esplosione di vita che non ha paragoni nel mondo.
È il peso immane delle Candelore, enormi torce di legno scolpito e dorato, che avanzano con la loro tipica “annacata” (un’andatura ondeggiante) tra la folla, rappresentando le antiche corporazioni delle arti e dei mestieri.
È la fatica degli uomini in “sacco” bianco e berretto nero che, con le corde lunghe centinaia di metri, trascinano il pesante fercolo d’argento per chilometri, tra le strade strette del centro e le grandi piazze barocche.
Sono le notti passate in bianco a seguire il busto reliquiario, con l’odore acre della cera fusa dei torcioni che si mescola al profumo dolce delle “olivette” e dei “cassateddi”, i dolci tipici che sanno di mandorla e ricotta. Momenti come il trionfale giro esterno, l’omaggio dei fiori in Piazza dei Martiri e la leggendaria, adrenalinica salita di via Sangiuliano non sono solo folklore: sono l’espressione di un’unione spirituale e culturale che sfida i secoli. Qui la fede diventa carne, sudore e grido, in un mix di sacro e profano che toglie il fiato a chiunque vi assista per la prima volta.
È proprio questa energia incontenibile, che pulsa tra la gente, che Catania vuole offrire al mondo. La sensazione, ora che la festa è finita e le luci si spengono, è che quella luce che ha guidato i devoti per le strade diventerà presto un tesoro universale, protetto e riconosciuto dall’intera umanità.