Il 10 febbraio 1986 iniziava il Maxiprocesso di Palermo, un evento che a quarant’anni di distanza appare ancora come lo spartiacque definitivo della nostra storia repubblicana. Non fu soltanto l’apertura di un dibattimento penale, ma il momento in cui lo Stato smise di considerare la mafia come un’entità astratta, una questione antropologica o una serie di delitti slegati tra loro, per riconoscerla finalmente come un apparato unitario, verticistico e, soprattutto, processabile.
Guardando oggi a quella imponente aula bunker costruita a ridosso del carcere dell’Ucciardone – una struttura ottagonale che per la sua modernità e rapidità d’esecuzione sembrò a tutti un’astronave atterrata tra i vicoli della città – comprendiamo che quel processo rappresentò il punto di partenza per la nascita di una nuova coscienza civile.
Il percorso che portò all’apertura di quel portone blindato fu lastricato di sangue. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, Palermo era diventata un mattatoio a cielo aperto. La “Seconda guerra di mafia” non era solo uno scontro tra clan, ma un assalto frontale alle istituzioni. Caddero magistrati come Rocco Chinnici, pionieri dell’investigazione come Boris Giuliano e Ninni Cassarà, politici come Piersanti Mattarella e Pio La Torre, e simboli della lotta al terrorismo come il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa.
Proprio dalle macerie di quella mattanza nacque il Pool antimafia, l’intuizione di Chinnici poi portata a compimento da Antonino Caponnetto. L’idea era semplice quanto rivoluzionaria: centralizzare le informazioni. Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello iniziarono a lavorare come un unico organismo, incrociando perizie balistiche, indagini bancarie e rapporti di polizia. Scoprirono che lo stesso Kalashnikov che aveva ucciso dalla Chiesa era stato usato in altri delitti, dimostrando che la mano dietro l’orrore era una sola.
Un passaggio fondamentale fu l’estradizione dal Brasile di Tommaso Buscetta. Spesso la cronaca ha indugiato su una sorta di “nostalgia” del collaboratore per la mafia di un tempo, dipingendolo quasi come un soldato di un’epoca più etica. Ma la verità storica, che traspare prepotente dagli atti del processo, è diversa: Buscetta non fu un “pentito” in cerca di redenzione morale, ma un uomo sconfitto dai Corleonesi di Totò Riina, che gli avevano sterminato la famiglia.
Grazie alle sue rivelazioni, raccolte instancabilmente da Falcone, per la prima volta fu possibile descrivere la struttura piramidale dell’organizzazione. Non più bande isolate, ma una gerarchia rigida fatta di famiglie, mandamenti e, al vertice, la “Commissione” o “Cupola”. Il cosiddetto “teorema Buscetta” sancì un principio giuridico rivoluzionario: i vertici dell’organizzazione erano responsabili dei delitti eccellenti, anche se non avevano premuto materialmente il grilletto, perché nulla accadeva senza il loro assenso.
È bene ribadire, lontano da ogni becero romanticismo postumo, che il racconto di Buscetta non descriveva un’onorata società di gentiluomini, ma un sistema di morte, sopraffazione e terrore che aveva semplicemente cambiato padrone, passando dai vecchi boss ai feroci corleonesi. La mafia non è mai stata buona, mai.
Portare 475 imputati in un’unica aula fu una sfida logistica e umana senza precedenti. Mentre Falcone e Borsellino venivano confinati con le famiglie all’Asinara per scrivere le migliaia di pagine dell’ordinanza-sentenza, lo Stato costruiva l’aula bunker. Il clima era di estrema tensione. Molti magistrati si rifiutarono di presiedere il processo per paura, finché non accettò Alfonso Giordano, un giudice civile titolare di una cattedra di Diritto privato all’Università di Palermo che si trovò a gestire il più grande processo penale del mondo.
In quelle udienze, trasmesse dalle radio e seguite dai media globali, l’Italia vide per la prima volta i volti dei boss dietro le sbarre delle gabbie: Luciano Liggio, Pippo Calò, Michele Greco. Le grida, i tentati depistaggi e le testimonianze in dialetto non scalfirono la solidità di un impianto accusatorio costruito sul rigore scientifico e sul controllo dei flussi finanziari.
Il 16 dicembre 1987, dopo trentacinque giorni di camera di consiglio, il presidente lesse il dispositivo della sentenza e il verdetto fu un terremoto: 346 condannati, 19 ergastoli e 2665 anni di carcere. Fu il momento in cui si sgretolò il mito dell’impunità, il pilastro su cui la mafia aveva fondato un secolo di dominio. Per generazioni, i boss avevano confidato nel fatto che la giustizia si sarebbe fermata davanti ai nomi eccellenti o si sarebbe persa tra i meandri di una burocrazia compiacente.
Quel verdetto dimostrò invece che lo Stato poteva colpire al cuore l’intero organismo criminale, smascherando quella Cupola di intoccabili che, dai vertici della piramide, si era sempre sentita al riparo dalle responsabilità dei singoli crimini commessi in suo nome.
La reazione di Cosa nostra fu ferocemente disperata. Le stragi di Capaci e via D’Amelio, di via dei Georgofili a Firenze e di via Palestro a Milano, le autobombe nelle vicinanze di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano e il fallito attentato nei pressi dello stadio Olimpico a Roma susseguitesi tra il 1992 e il gennaio 1994, furono i “colpi di coda” di una bestia ferita a morte proprio in quell’aula bunker. Con la stagione stragista, la mafia pensava di cancellare il lavoro del Pool, ma ottenne l’effetto opposto: trasformò quella rivoluzione giudiziaria in una rivoluzione popolare.
L’eredità più profonda del Maxiprocesso non risiede solo nelle sentenze, ma nel cambiamento della percezione comune. Prima del 1986, la mafia era per molti un destino ineluttabile, un potere oscuro contro cui era inutile lottare. Dopo l’Ucciardone, il velo di Maya fu squarciato. La gente comune iniziò a scendere in piazza, nacquero i comitati dei lenzuoli bianchi, i giovani iniziarono a pronunciare la parola “mafia” senza guardarsi intorno e abbassare la voce.
Il Maxiprocesso ha insegnato che la mafia non è incontrastabile. Ha spostato il confine tra ciò che è possibile e ciò che non lo è. Oggi, iniziative come la digitalizzazione delle sedicimila pagine degli atti del processo messe gratuitamente a disposizione da parte di Addiopizzo o le esperienze immersive nel museo MuSt23 a Capaci, permettono alle nuove generazioni di entrare in quell’astronave e capire che la libertà è figlia di quella stagione di coraggio e rigore.
Nonostante le trasformazioni della criminalità organizzata, che oggi preferisce il silenzio agli spari e i clic dei computer al tritolo, il 10 febbraio 1986 resta la data in cui il mito della potenza mafiosa iniziò a sgretolarsi sotto il peso della verità processuale. La mafia, da quel giorno, non ha più potuto nascondersi dietro l’ombra dell’indistinto. È stata isolata, nominata e, per la prima volta, sconfitta.