PALERMO, SCATENANO RISSE E RICATTANO I PROPRIETARI

di Antonino Piscitello

L’ultima notte di caos nel cuore di Palermo, culminata nei disordini davanti allo Zaya Club di via Cavour, riaccende i dubbi su una gestione della sicurezza e della movida a dir poco paradossale. rissa

Da una parte ci sono le forze dell’ordine, che corrono da una parte all’altra, chiamate dai gestori dei locali per fermare gli scontri scatenati da gruppi di ragazzi ormai fuori controllo; dall’altra c’è lo Stato che, applicando leggi vecchie e polverose, finisce per colpire soprattutto chi lavora.

Il paradosso è che l’imprenditore diventa vittima due volte, prima dei violenti e poi della burocrazia. La strategia delle chiusure coatte decise dalla Questura sta diventando il regalo più grande che si possa fare a teppisti e criminali, dando loro un potere di ricatto enorme sugli imprenditori.

Il copione è sempre lo stesso. Sono le tre del mattino in via Cavour, quella che dovrebbe essere una delle zone più sicure della città si trasforma in un campo di battaglia. Un gruppo di giovani pretende di entrare allo Zaya Club a tutti i costi, anche se il locale è già strapieno.

Al “no” secco dei buttafuori scoppia l’inferno: spintoni, insulti, danni al locale e ai locali circostanti. Qualcuno ha parlato di spari, ma per fortuna la Polizia non ha trovato bossoli. Questo però non rende la situazione meno grave. C’è un clima di impunità totale.

Le telecamere ora diranno chi sono i responsabili, ma il punto è un altro: questi soggetti sanno benissimo di colpire l’attività su due fronti. Prima danneggiando gli incassi e l’immagine del locale con la rissa in sé e poi, quasi certamente, con la chiusura del locale da parte del questore. È un sistema perfetto usato come ricatto.

Lo diciamo da oltre un anno: continuare a chiudere a tappeto i locali usando l’art. 100 del TULPS non risolve nulla, anzi, peggiora le cose. È un meccanismo perverso che dà ai violenti un’arma potentissima.

Finalmente anche le associazioni di categoria hanno deciso di alzare la voce. Doriana Ribaudo, presidente di Fiepet Confesercenti, ha denunciato chiaramente come i locali siano diventati ostaggi di baby-gang che pretendono entrate e drink gratis. Se il titolare dice no, parte la rissa; se parte la rissa, la Questura chiude il locale.

Quasi ogni fine settimana le discoteche, i locali di pubblico spettacolo e talvolta anche i semplici pubblici esercizi vengono presi di mira da gruppi di ragazzi che pretendono di entrare a capienza massima, gratuitamente o di bere senza pagarespiega Ribaudo –. È gente che sa perfettamente che se non entra gratuitamente e scatena risse, quel locale verrà chiuso, anche se il titolare e i suoi dipendenti non hanno commesso alcun reato. Hanno loro il coltello dalla parte del manico.

Palermo deve cambiare marcia. Non si può continuare a punire chi investe, chi paga le tasse e crea occupazione, trasformando la movida in un elenco infinito di sanzioni e chiusure. Gestire l’ordine pubblico non può significare mettere in ginocchio il tessuto produttivo della città per l’incapacità di punire pochi violenti.

Secondo la Questura, i controlli e le chiusure servono a restituire serenità ai clienti. Eppure oggi non solo quella serenità non sembra essere stata ritrovata (anzi, il clima di violenza e disordini appare addirittura peggiorato), ma in più titolari e dipendenti finiscono per essere gli unici a venire puniti. Il risultato è un profondo senso di abbandono da parte di chi si ritrova sostanzialmente tra l’incudine e il martello, senza alcuna reale possibilità di proteggersi.

La vera sfida per le istituzioni è oggi quella di abbandonare il pregiudizio per cui la movida sia un fenomeno intrinsecamente pericoloso. Bisogna finalmente lavorare per rendere le discoteche e i locali della movida quello che dovrebbero essere: presidi di legalità, socialità e sicurezza, alleati preziosi per sottrarre spazio allo spaccio e al degrado. Come ribadisce con forza Ribaudo: “Divertirsi non può essere considerato un reato o motivo di pericolo. Ma soprattutto fare impresa nel pubblico spettacolo deve continuare ad essere un diritto”.

La speranza è che il Questore capisca finalmente che la sicurezza si costruisce stando fianco a fianco con gli imprenditori perbene, non mettendogli sigilli alle porte e che continuare sulla strada delle chiusure significa consegnare le chiavi della città in mano ai violenti e alla criminalità organizzata.