L’inchiesta sulla stagione delle stragi e sul martirio di Paolo Borsellino e della sua scorta si trova oggi a dover gestire un delicato equilibrio tra la necessità di non lasciare zone d’ombra e l’obbligo di non inseguire suggestioni prive di riscontro. In questo scenario, l’ulteriore audizione presso la Commissione Parlamentare Antimafia del Procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, ha segnato un momento di profonda riflessione non solo giudiziaria, ma anche metodologica.
Il tema centrale è la riemersione della cosiddetta pista nera, un filone investigativo che ipotizzerebbe saldature tra Cosa Nostra e ambienti dell’eversione di destra, in particolare legati alla figura di Stefano Delle Chiaie, nel contesto degli attentati del 1992.
Il magistrato ha scelto la via del rigore documentale per analizzare le fondamenta di questa ipotesi, che ha trovato nuova linfa in recenti narrazioni giornalistiche, in particolare quelle portate avanti dalla trasmissione televisiva Report. Il cardine su cui il magistrato poggia la demolizione di tale ricostruzione è la figura di Alberto Lo Cicero, un collaboratore di giustizia il cui profilo viene oggi accostato dai magistrati nisseni a quello di Vincenzo Scarantino, l’uomo che con le sue menzogne costruite a tavolino provocò uno dei più colossali depistaggi della storia repubblicana, portando innocenti a sentenze di condanna all’ergastolo.
Il racconto di De Luca si muove su un binario puramente tecnico: non si tratta di una chiusura pregiudiziale verso scenari complessi, ma di una constatazione basata su indagini e sentenze già passate in giudicato.
Già a metà degli anni Novanta, i tribunali palermitani avevano bollato Lo Cicero come un soggetto assolutamente inattendibile. Secondo le carte processuali dell’epoca, l’uomo avrebbe mentito su un punto fondamentale per qualsiasi collaboratore: la propria reale appartenenza a Cosa Nostra. Dichiararsi uomo d’onore senza esserlo significa, nel linguaggio giudiziario, privare di ogni valore le informazioni fornite, poiché mancherebbe la fonte diretta e qualificata del sapere mafioso. Le lacune di Lo Cicero sulla geografia dei mandamenti e sulle gerarchie interne alle famiglie di Palermo furono considerate prove inconfutabili di una conoscenza superficiale, frutto di percezioni esterne piuttosto che di una reale militanza mafiosa.
Nonostante questo precedente, le dichiarazioni di Lo Cicero sono tornate al centro dell’attenzione pubblica attraverso il racconto di Maria Romeo, sua ex compagna. La donna ha riferito di confidenze ricevute dall’uomo riguardo alla presenza di esponenti della destra eversiva nei luoghi degli attentati.
Tuttavia, la magistratura nissena ha evidenziato come queste dichiarazioni, una volta passate al vaglio degli inquirenti e dei giudici per le indagini preliminari, siano risultate prive di solidità. Il Gip che ha archiviato il fascicolo ha descritto il racconto della Romeo come caratterizzato da una tendenza al mendacio che ne condiziona irreversibilmente la portata probatoria, arrivando a definire certe ambientazioni quasi cinematografiche nella loro assurdità.
In questo contesto, il ruolo dell’approfondimento giornalistico diventa un elemento di analisi. De Luca ha sollevato interrogativi sulla metodologia utilizzata da Report nel rilanciare queste tesi. Senza voler attaccare la libertà di inchiesta, il Procuratore ha sottolineato come la narrazione proposta dalla trasmissione di Rai 3 si sia basata su elementi che, pur apparendo suggestivi sullo schermo, perdono di consistenza quando vengono interrogati con i criteri del codice di procedura penale.
La critica non riguarda il diritto di cronaca, ma il rischio che una presentazione enfatica di indizi già scartati dalla magistratura possa generare nell’opinione pubblica l’idea di una verità intenzionalmente nascosta o archiviata per pigrizia istituzionale o interessi altri.
L’esempio citato riguarda un’intervista trasmessa dal programma a un ex appartenente alle forze dell’ordine, il quale riferiva di aver saputo da Lo Cicero della presenza di Delle Chiaie a Capaci. Il magistrato ha osservato come, nel racconto giornalistico, mancasse quella fase di verifica fondamentale che consiste nel chiedere i dettagli: quando, come, in che modo e con quale ruolo questa presenza si sarebbe manifestata. Senza queste coordinate, una frase isolata può significare tutto o nulla, trasformando un possibile spunto d’indagine in “aria fritta”, per usare le parole del Procuratore.
La preoccupazione principale espressa in Commissione è che la sovrapposizione tra la ricerca giornalistica e quella giudiziaria possa finire per intorbidire nuovamente le acque. La storia delle indagini su via D’Amelio insegna che i depistaggi non nascono solo dal silenzio, ma anche dal rumore di fondo prodotto da piste clamorose ma infondate che allontanano gli inquirenti dal binario corretto.
Mentre la trasmissione televisiva ha evocato l’esistenza di documenti decisivi che sarebbero stati occultati negli archivi della Procura, De Luca ha ribadito che quegli atti sono sempre stati a disposizione, inseriti nei fascicoli e valutati da diversi magistrati, inclusi esponenti della Procura Nazionale Antimafia del calibro di Pietro Grasso, i quali non avevano ritenuto di dare seguito alle esternazioni di Lo Cicero per totale mancanza di riscontri.
Il lavoro della Procura di Caltanissetta, dunque, rivendica un’autonomia metodologica che rifiuta i pregiudizi ideologici. La “pista nera” non viene scartata perché sgradita, ma perché al momento non presenta elementi che ne permettano la trasformazione in un’accusa sostenibile in giudizio. Il richiamo finale è alla responsabilità: la verità sulle stragi è un patrimonio collettivo troppo fragile per essere esposto a interpretazioni che non reggono alla prova dei documenti.
La sfida resta quella di continuare a cercare i pezzi mancanti del mosaico, ma con la consapevolezza che ogni tassello deve essere incastrato con la precisione del diritto, distinguendo nettamente tra la legittima curiosità di un’inchiesta giornalistica e la verità processuale. In questa complessa partita tra memoria e giustizia, il caso in questione emerge come un paradigma della distanza che può intercorrere tra la costruzione di una narrazione e la realtà faticosa dell’accertamento penale.
Il nodo della questione risiede nella natura stessa del materiale utilizzato: da un lato la forza evocativa di testimonianze che, pur prive di riscontri certi, vengono presentate come chiavi di volta per scenari inediti; dall’altro il dovere dei magistrati di attenersi a dati che possano resistere al vaglio di un’aula di tribunale.
La speranza è che questo dibattito non si risolva in un ulteriore motivo di divisione, ma serva a ribadire che la ricerca della verità non può prescindere da una distinzione netta tra la legittima ipotesi e l’evidenza documentale, l’unica capace di trasformare un’ombra in una certezza storica e giudiziaria, lontana dalle lusinghe del complottismo o dalla semplificazione di scenari ancora tutti da dimostrare.