GIUSTIZIA E POLITICA: IL TEOREMA PALERMO

di Umberto Riccobello

L’eco delle aule di giustizia palermitane restituisce in questi giorni un suono sordo: quello di teorie e impianti accusatori che, pezzo dopo pezzo, sembrano sgretolarsi sotto il peso di verifiche dibattimentali e decisioni dei giudici. La cronaca giudiziaria siciliana, da sempre intrecciata a doppio filo con le dinamiche del potere politico, sta vivendo una stagione di profonda revisione, dove le indagini della Procura di Palermo relative alle istituzioni e alla politica paiono mostrare crepe strutturali non indifferenti. Non si tratta di una critica preconcetta all’operato della magistratura, ma di una constatazione fattuale che emerge dall’analisi degli ultimi provvedimenti dei Gip, che sembrano evidenziare una tendenza degli inquirenti a dilatare le fattispecie di reato oltre il perimetro delle prove concrete.

Il caso più emblematico e recente riguarda la vicenda della Fondazione Federico II e la mostra dell’artista Omar Hassan. Quella che era stata presentata come una corruzione si è risolta, in sede di rito abbreviato, in una bolla di sapone. Patrizia Monterosso, figura centrale dell’amministrazione regionale e già direttrice della Fondazione, è stata assolta con la formula più ampia “perché il fatto non sussiste”. La tesi della Procura, secondo cui l’organizzazione dell’esposizione “Punctum” a Palazzo Reale fosse il prezzo di uno scambio per ottenere opere d’arte quali regalie, è stata rigettata dal giudice Filippo Serio. Il proscioglimento dell’artista stesso e il trasferimento di un troncone dell’indagine a Monza per incompetenza territoriale — relativo alle posizioni di Sabrina De Capitani, ex portavoce del presidente dell’ARS Gaetano Galvagno, e dello stesso Hassan — segnano il fallimento di un’ipotesi accusatoria che colpiva il cuore della politica isolana.

Questo esito non è un caso isolato, ma si inserisce in un solco più profondo che vede la Procura di Palermo a volte protagonista di ipotesi che, alla prova del nove dei giudici terzi, tendono a sgonfiarsi.

Un fenomeno analogo lo si osserva nel complesso capitolo che riguarda Totò Cuffaro. Le recenti decisioni del Tribunale del Riesame hanno operato una chirurgia correttiva drastica sulle richieste dell’accusa. La narrazione di una corruzione sistemica che avrebbe avvolto la sanità siciliana è stata sensibilmente ridimensionata. I giudici hanno respinto le istanze di aggravamento delle misure cautelari e i nuovi sequestri richiesti dai pubblici ministeri, sostenendo di fatto che l’impianto accusatorio non regge nella sua interezza originaria. Gran parte delle contestazioni sono state riqualificate in traffico di influenze. Ciò che resta è di fatto un singolo episodio legato a un concorso, un frammento rispetto all’affresco di “potere occulto fatto sistema” che la Procura aveva dipinto.

Questo ridimensionamento potrebbe sollevare interrogativi sulla capacità della magistratura inquirente di distinguere tra il rilievo penale di un comportamento e il giudizio etico sui comportamenti di alcuni politici. Questi ultimi, per quanto possano, e a volte debbano, essere oggetto di aspre critiche, non dovrebbero finire nel mirino della giustizia penale senza prove granitiche di un mercimonio della funzione. La tendenza a trasformare ogni dinamica di potere in un complotto corruttivo rischia di paralizzare l’amministrazione e di delegittimare la politica in modo indiscriminato.

Ed è sul fronte che riguarda il Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Gaetano Galvagno, che la frizione fra i provvedimenti della magistratura e il diritto costituzionale rischia di trasformarsi in un vero e proprio incidente istituzionale. Galvagno, anch’egli indagato nella stessa inchiesta, affronterà il processo a maggio, avendo coraggiosamente scelto il giudizio immediato per lavare l’onta delle accuse di corruzione, peculato e falso. Tuttavia, l’intera impalcatura del procedimento solleva dubbi di natura costituzionale che non possono essere ignorati. La Procura sembra essere entrata a gamba tesa in vicende che riguardano provvedimenti di legge approvati dall’Assemblea Regionale, organo di rilievo costituzionale, scavalcando quel principio di insindacabilità che è il pilastro della democrazia rappresentativa.

L’articolo 68 della Costituzione è chiaro: i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Questo principio, nel quale, ai sensi del quarto comma dell’articolo 122 della Costituzione e dell’articolo 6 dello Statuto della Regione, rientrano i parlamentari dell’Assemblea Siciliana, non è un privilegio personale, ma una tutela dell’organo legislativo. Se un organismo istituzionale delibera un finanziamento attraverso atti di legge formali e trasparenti, quella decisione appartiene alla sfera della discrezionalità politica. L’intervento dei magistrati in questo ambito rischia di configurare un’ingerenza che mina la separazione dei poteri.

Chi difende la tesi dell’insindacabilità sostiene con ragione che, se permettiamo alla magistratura di valutare l’opportunità o la bontà di una scelta legislativa di un organo elettivo, stiamo consegnando le chiavi della democrazia alle procure. Non spetta a un pubblico ministero stabilire se sia utile o meno finanziare una mostra o un evento, né può essere il sospetto di un tornaconto politico a trasformare una deliberato dell’ARS in un corpo di reato. La Procura di Palermo, in questo caso, sembra aver ignorato che il merito delle scelte politiche è sottoposto al giudizio degli elettori e non a quello dei tribunali, a meno che non vi sia l’evidenza di una corruttela.

In questo scenario, il rischio è che si stia assistendo a una forma, certo non voluta, di “supplenza giudiziaria”, dove la magistratura colmerebbe i presunti vuoti o correggerebbe l’operato della politica attraverso gli strumenti dell’inchiesta penale. Ma i risultati degli ultimi mesi dicono altro: dicono che il diritto, quello scritto nei codici e nella Carta Costituzionale, resiste. Le assoluzioni della Monterosso e il ridimensionamento delle accuse dello scandalo sanità non sono vittorie della politica sulla giustizia, ma della Giustizia su una visione dell’indagine che a volte appare preferire la suggestione, compresa quella mediatica, alla solidità del dato processuale.

La successione di decisioni che hanno rivisto le iniziali ipotesi della Procura di Palermo apre una riflessione complessa sulla tenuta dei primi impianti accusatori. Si ha l’impressione che a volte, certo non in modo consapevole, si insegua una sorta di giustizia morale o estetica, punendo non tanto il reato, quanto il modo in cui il potere viene gestito. Ma in uno Stato di diritto, la morale non può sostituire la prova.

L’auspicio è che il costante riferimento ai principi costituzionali possa sempre garantire quel delicato equilibrio tra l’esigenza di legalità e la tutela delle prerogative democratiche, definendo i confini entro cui ogni potere dello Stato deve operare.