VOGLIONO ELIMINARE PER LEGGE LA CARNE DI CAVALLO

di Redazione

A Catania, dove il rito della brace accesa lungo le strade del centro è un pezzo di identità collettiva, il fumo che sale dai bracieri, le polpette di cavallo che sfrigolano ben allineate accanto alle fettine, potrebbero presto diventare il ricordo di un’epoca passata. Il dibattito politico ha subito un’accelerazione decisa in questo inizio di 2026. Al centro di tutto c’è una trasformazione burocratica dal peso etico enorme: togliere al cavallo l’etichetta di “bestia da reddito” per riconoscergli quella di animale di affezione.

Il cuore del cambiamento batte nelle stanze della Commissione Ambiente al Senato e in quella Agricoltura alla Camera, dove le proposte di legge portano le firme delle senatrici Susanna Cherchi (M5S) e Luana Zanella (AVS). A queste si affianca l’iniziativa della deputata Michela Vittoria Brambilla (Noi Moderati), storica sostenitrice della causa. Insieme, puntano a stravolgere il destino di cavalli, pony, asini e muli.

Nella città etnea, la carne di cavallo non è un semplice alimento, ma il perno di un’economia che anima quartieri storici come via Plebiscito o l’area del Castello Ursino. Per i catanesi, il rito dell’arrusti e mancia rappresenta il momento in cui la città si ritrova: la sera, il carbone “sbampa”, l’aria si scalda, il mazzetto di origano è già pronto intinto nel salmoriglio, e il profumo sconfina segnalando alla città che “è ora”.

Qui il consumo è altissimo: questi prodotti sono lo street food per eccellenza, amato dai residenti e ricercato dai turisti. La proposta di legge, se approvata, segnerebbe la fine di questa tradizione secolare, che affonda le radici nei periodi in cui la carne equina era la proteina più accessibile e che oggi è diventata un simbolo gastronomico.

La notizia desta profonda preoccupazione tra i macellai storici e i ristoratori di Catania. Per gli operatori del settore, il divieto non significa solo la perdita di una tradizione, ma il rischio di un tracollo economico per decine di famiglie. La filiera equina a Catania sostiene centinaia di posti di lavoro, dagli allevatori locali ai titolari delle storiche trattorie. “Una legge del genere cancellerebbe la nostra storia e il nostro lavoro in un colpo solo”, commentano molti addetti ai lavori.

Se il progetto dovesse diventare realtà, la libertà di scelta che oggi permette a un proprietario di decidere se il proprio animale debba finire i suoi giorni in una stalla o in un mattatoio verrebbe cancellata. Ogni equino verrebbe iscritto d’ufficio in un registro come “Non DPA”, ovvero non destinato alla produzione alimentare.

Mentre i numeri raccontano di un declino costante delle macellazioni in Italia — passate dai circa quattromila capi del 2012 ai poco più di duemila registrati alla fine dello scorso anno — resta aperta una ferita filosofica profonda. Molti sono convinti che il cavallo meriti un posto sul divano del nostro affetto perché ne ammiriamo l’eleganza, la storia intrecciata alla nostra o lo sguardo profondo.

Ma questa “patente di nobiltà” solleva un dubbio scomodo: su quale base decidiamo che un puledro è un amico e un vitello è un ingrediente? Perché la carezza che riserviamo a un asino non si estende a un agnello o a un coniglio? La legge sembra voler codificare un sentimento selettivo, creando una gerarchia dell’empatia che premia alcune specie e condanna le altre al silenzio del piatto.

C’è poi un paradosso che sfugge all’entusiasmo di molti e che riguarda il futuro stesso di questi animali. Se oggi molti cavalli nascono e vengono accuditi è perché esiste una filiera, economica e culturale, che ne giustifica l’esistenza. Una volta che la macellazione sarà proibita e gli allevatori avranno attinto ai fondi previsti per cambiare mestiere, nessun cavallo sarà più salvato, semplicemente perché non nascerà più.