LE PATENTI FACILI E IL “VIZIO” DELLE MAZZETTE

di Antonino Piscitello

L’ennesimo terremoto giudiziario scuote gli uffici della Motorizzazione Civile di Palermo, confermando l’esistenza di un meccanismo di corruzione che appare fortemente radicato.

L’inchiesta mette a nudo un’organizzazione tra pubblico e privato, dove le regole venivano messe da parte in favore di uno scambio di bustarelle e favori, alimentando una certa “mentalità dei furbetti” molto diffusa.

L’operazione scattata nelle scorse ore ha portato a misure restrittive pesanti: due funzionari pubblici sono stati sospesi dal servizio, mentre per tre titolari di agenzie di disbrigo pratiche è scattata l’interdizione professionale.

Le indagini, condotte attraverso pedinamenti e sofisticate strumentazioni tecniche, hanno svelato un tariffario preciso e spregiudicato per accelerare pratiche, omettere controlli obbligatori o aggirare ostacoli burocratici che avrebbero altrimenti richiesto tempi lunghi o esiti incerti. Le intercettazioni non lasciano spazio a dubbi sulla natura dei rapporti: “Mille euro a testa”, dicevano gli ultimi indagati, riferendosi alle somme necessarie per ungere gli ingranaggi dell’ufficio di via Onorato.

Oltre al passaggio di denaro contante, l’inchiesta ha fatto emergere la sistematica alterazione dei sistemi informatici per inserire dati falsi relativi a revisioni mai effettuate e collaudi di impianti Gpl o ganci traino approvati “sulla carta”. I funzionari coinvolti avrebbero garantito una vera e propria corsia preferenziale, lavorando i fascicoli delle agenzie complici in tempi record, spesso fuori dall’orario di ufficio o manipolando le liste d’attesa elettroniche.

Secondo gli inquirenti, il metodo era collaudato: le agenzie “amiche” garantivano ai funzionari un flusso costante di denaro in cambio di un trattamento di favore che penalizzava chiunque decidesse di seguire la via legale. Un sistema talmente solido e radicato da apparire quasi normale agli occhi dei protagonisti, un protocollo dell’illegalità applicato quotidianamente tra i corridoi degli uffici pubblici.

Ciò che desta maggiore sdegno non è solo il singolo episodio, ma la frequenza con cui questi scandali si ripetono. Analizzando gli ultimi anni, si nota come questa sia la settima inchiesta di rilievo che coinvolge la Motorizzazione palermitana.

I precedenti raccontano infatti una lunga storia di corruzione, spesso normalizzata. Già tra il 2015 e il 2017, diverse operazioni avevano svelato il fenomeno dei collaudi fantasma per camion e rimorchi mai transitati dalle officine, portando alla luce un sistema di tangenti sistematiche. Successivamente, nel 2021, un nuovo blitz aveva colpito la compravendita di patenti facili per soggetti senza i requisiti necessari, coinvolgendo anche autoscuole compiacenti. Più recentemente, tra il 2023 e il 2024, erano stati arrestati funzionari che intascavano buste piene di contanti persino per un semplice passaggio di proprietà o per il rinnovo di licenze speciali.

Un passaggio cruciale è segnato dall’inchiesta di gennaio 2025, quando un’altra ondata di provvedimenti aveva colpito l’ente, svelando come il passaggio di mazzette servisse anche a “ripulire” la documentazione di veicoli esteri o rubati.

In alcuni casi, il sistema era così spudorato che le mazzette venivano consegnate alla luce del sole, poco lontano dagli ingressi degli uffici, segno di un’impunità percepita come assoluta. Nonostante i processi e le rimozioni, il modello criminale sembra rigenerarsi con nuovi volti ma identiche dinamiche.

Siamo di fronte a un’anomalia che va oltre il singolo caso di cronaca. Questa ostinata propensione alla “scorciatoia” a pagamento dimostra che per alcuni la corruzione non è un’eccezione, bensì la modalità operativa standard per gestire il rapporto tra utenza e pubblica amministrazione.

È giunto il momento di dire basta a una cultura del privilegio che premia chi paga e calpesta chi merita. La magistratura sta facendo il suo corso, ma la vera sfida è culturale: la mentalità dei furbetti deve essere sradicata definitivamente. Non basta colpire i singoli responsabili se non si interviene sulla struttura burocratica, rendendola trasparente e impermeabile ai tentativi di corruzione.

In conclusione, Palermo non può continuare a essere il teatro di questo “mercato dei documenti”. Ogni mazzetta pagata è un insulto alla dignità della città e alla fiducia che i cittadini ripongono nello Stato. La repressione è necessaria, ma deve essere accompagnata da una tolleranza zero sociale e amministrativa che isoli chiunque tenti di trasformare un ufficio pubblico in un bancomat privato. Solo così si potrà finalmente scrivere la parola fine su una stagione di illegalità che dura ormai da troppo tempo.