RAPPORTO SVIMEZ 2026: RESTARE AL SUD È DIVENTATO UN LUSSO?

di Antonino Piscitello

Il nuovo rapporto SVIMEZ 2025-2026, con il dossier “Un Paese, due emigrazioni”, restituisce un quadro impietoso: la Sicilia agisce come un incubatore di talenti che finiscono per alimentare quasi esclusivamente il motore produttivo di altre regioni o altre nazioni.

Con un PIL destinato a scivolare e il 32% dei laureati in fuga verso il Nord o l’estero, l’Isola sta subendo una vera e propria desertificazione sociale.

Tra migrazione sanitaria e “nonni con la valigia” per raggiungere i nipoti, il costo sociale ed economico del fenomeno è diventato un fardello insostenibile che richiede un cambio di rotta sociale e politico immediato.

I dati presentati da SVIMEZ e Ref Ricerche descrivono un’Italia che torna a dividersi. Se il 2024 è stato un anno di ripresa per il sud Italia , il biennio 2025-2026 vedrà il Centro-Nord accelerare verso l’1,8%, mentre il Mezzogiorno rischia di restare fermo all’1,2%.

Ma il vero dato allarmante non è solo economico, è soprattutto demografico: ogni anno circa 65mila giovani under 35 lasciano il Sud.

La quota di laureati in fuga è triplicata in vent’anni, passando dal 20% al 60%. In termini pratici, la Sicilia e il Sud cedono al resto del Paese un valore stimato in circa 6,8 miliardi di euro l’anno.

Si tratta di investimenti in istruzione e formazione sostenuti dalle famiglie e dalle casse regionali i cui frutti vengono poi raccolti altrove, senza alcun ritorno in termini di gettito fiscale o crescita locale.

In Sicilia la situazione è particolarmente drammatica. Sebbene una parte dei laureati provi a restare, il 32% abbandona la Sicilia entro tre anni dal titolo.

A spingere i giovani oltre lo Stretto è un sostanzioso divario salariale: un laureato in Sicilia guadagna mediamente 1.549 euro, contro i 1.793 di un collega piemontese. Questo gap diventa una voragine per le donne siciliane, le cui retribuzioni si fermano a 1.480 euro.

Senza giovani che creano impresa, ovviamente, anche l’economia siciliana si sta lentamente svuotando.

La vera novità del report riguarda però la terza età: i cosiddetti “nonni con la valigia”. Sono gli over 75 che abbandonano l’Isola per ricongiungersi ai figli ormai stabili al Nord e, anche, per cercare cure che il sistema sanitario regionale non garantisce più.

La migrazione sanitaria costa alle casse della Regione Siciliana circa 220 milioni di euro l’anno in rimborsi verso gli ospedali settentrionali. È il simbolo del fallimento di una politica del passato che ha preferito l’assistenzialismo e le logiche clientelari allo sviluppo strutturale, lasciandoci infrastrutture da inizio Novecento e servizi minimi spesso insufficienti.

Questa situazione richiede un cambio di rotta radicale. Non basta più affidarsi esclusivamente ai fondi del PNRR, che pur sono fondamentali e oggi sostengono la crescita meridionale ma rischiano di restare interventi isolati.

Per fermare l’esodo, servono interventi strutturali: una defiscalizzazione reale per il rientro e la permanenza, che incentivi le aziende ad assumere giovani in Sicilia con contratti stabili.

In questo senso, un segnale importante arriva dal sostegno al Southworking, la norma approvata recentemente grazie all’impegno dell’assessore all’Economia Alessandro Dagnino, che rappresenta una boccata d’ossigeno, prevedendo agevolazioni per le imprese che consentono ai lavoratori di operare dalla Sicilia. È una strategia chiave per abbattere i costi di chi sceglie di non partire e per attrarre chi vuole tornare.

Accanto a questo, però, serve anche una scommessa decisa sui servizi avanzati e sulla “Service Economy” ad alto contenuto di conoscenza (KIS), per offrire carriere all’altezza delle ambizioni dei laureati.Occorre anche investire in infrastrutture e colmare il gap salariale per garantire una dignità del lavoro che oggi, purtroppo, manca.

La Sicilia non può più permettersi di essere il “vivaio” del resto d’Europa, una terra che semina intelligenze per vederle fiorire e produrre ricchezza altrove. È tempo di trasformare l’Isola da stazione di partenza a punto di approdo. Senza questa inversione di tendenza politica, sociale e strutturale, non perderemo solo dei giovani laureati, ma il futuro della nostra terra.