Un’operazione della Guardia di Finanza di Palermo ha smantellato un meccanismo di sfruttamento e vessazione ai danni dei lavoratori della Orto Sud di Borgetto.
L’imprenditore Francesco Paolo Lombardo è finito ai domiciliari con l’accusa di aver imposto turni massacranti, stipendi dimezzati e la restituzione forzata di parte della busta paga, approfittando dello stato di indigenza dei suoi dipendenti.
Un caso emblematico di come la diffusa cultura dell’illegalità e del “profitto senza scrupoli” possa inquinare il mercato del lavoro e calpestare i diritti fondamentali.
Il “metodo”: ricatto occupazionale e stipendi dimezzati
L’indagine, coordinata dalla Procura di Palermo e condotta dal secondo dipartimento “Tutela vittime vulnerabili” sotto la guida dell’aggiunto Laura Vaccaro, ha scoperchiato un vaso di Pandora fatto di abusi sistematici e violazioni dei diritti.
Al centro della vicenda troviamo Francesco Paolo Lombardo, 62 anni, proprietario della Ortosud di Borgetto, colosso locale nel settore del confezionamento di prodotti ortofrutticoli destinati ai banchi della grande distribuzione.
L’imprenditore, rappresentante legale di una realtà che nel 2024 ha vantato un fatturato di oltre 1,7 milioni di euro, con l’obiettivo di massimizzare i profitti, imponeva una gestione padronale e dispotica. In questo sistema, coadiuvato da un braccio destro anch’egli indagato, i diritti minimi dei lavoratori venivano annullati per fare spazio a una logica di sottomissione totale.
Secondo quanto emerso dal lavoro degli investigatori guidati dal colonnello Danilo Persano, i venti dipendenti dell’azienda erano trattati come semplici ingranaggi di una macchina che non conosceva né ferie né riposi.
Ma la vera umiliazione arrivava al momento del pagamento. Il cuore del sistema era un vero e proprio furto in busta paga: gli stipendi venivano tagliati anche del 50% rispetto a quanto previsto per legge. Non solo, con il fiato sul collo e il terrore di essere licenziati, gli operai dovevano andare in banca, prelevare i pochi soldi appena accreditati e riportarne una parte indietro, in contanti, nelle mani del titolare.
Un meccanismo parassitario che si alimentava della disperazione di intere famiglie che non avevano altra scelta se non accettare questo ricatto pur di mettere il piatto in tavola.
Una vergogna inaccettabile: basta giocare con la fame della gente
Quello che leggiamo nelle carte dell’inchiesta non è solo un reato, è una vergogna. Non si può definire in altro modo se non schiavitù moderna: un sistema in cui il lavoro non serve a dare dignità, ma diventa una trappola di ricatto. Vedere che nel 2026 in Sicilia si debba ancora combattere contro un medioevo fatto di padroni e servi fa rabbia.
È inaccettabile che il bisogno di sfamare i propri figli diventi una morsa claustrofobica, una situazione senza via d’uscita dove un imprenditore senza scrupoli ti toglie l’aria per alimentare il proprio profitto. La risposta dello Stato deve essere durissima e senza sconti: non basta una firma su un registro o un arresto, bisogna ripulire il sistema da questa cultura dell’abuso che declassa l’essere umano ad un oggetto da spremere cinicamente fino all’esaurimento. Chi si arricchisce così non è un imprenditore, è un parassita che distrugge la società e ammazza la concorrenza onesta.
In questa linea di assoluta condanna, si inserisce la posizione del sindacato. Lionti (UIL Sicilia): “Tolleranza zero contro calpesta la dignità delle persone”. “Desidero esprimere, a nome della Uil Sicilia, un sentito plauso alla Guardia di Finanza di Partinico e alla Procura di Palermo per l’importante operazione che ha portato alla luce un gravissimo caso di sfruttamento dei lavoratori presso l’azienda Orto Sud di Borgetto”, afferma la segretaria generale Luisella Lionti,
È fondamentale ribadire che profitti milionari costruiti umiliando la dignità delle persone sono semplicemente inaccettabili. Non si può più tollerare che il successo aziendale passi attraverso la privazione di diritti fondamentali come un salario equo e condizioni di vita dignitose. Questa deriva va contrastata con la massima fermezza, proteggendo le vittime e garantendo una piena reintegrazione nel mondo del lavoro, senza penalizzazioni, e colpendo chiunque si renda responsabile di simili comportamenti.
Resta urgente, ora più che mai, potenziare i controlli e rafforzare il ruolo dell’ispettorato del lavoro: servono risorse e strumenti capaci di prevenire queste zone d’ombra. Ma la vigilanza da sola non basta: è necessario rompere il muro di silenzio e incentivare le persone a denunciare i casi di sfruttamento, un atto di coraggio che in questo Paese avviene ancora troppo raramente per paura di ritorsioni o per mancanza di tutele.
Lo sfruttamento del lavoro è un cancro che va estirpato con controlli a tappeto, sanzioni esemplari e una nuova coscienza civile, perché la dignità del lavoro non ha e non deve avere un prezzo di saldo.