ALLARME RAPIMENTI O PSICOSI DI MASSA?

di Antonino Piscitello

L’Italia si trova nel bel mezzo di una vera e propria psicosi collettiva. Dai recenti episodi di Caivano e Bergamo, il salto verso la creazione di “mostri”, anche stavolta, è stato brevissimo. L’ultimo caso eclatante arriva da Palermo, dove una donna fragile è scampata per miracolo a un linciaggio, accusata di un tentato rapimento mai avvenuto. rapimenti bambini

Il meccanismo è sempre lo stesso: un fatto ambiguo viene catturato da uno smartphone, distorto dalla narrazione social e amplificato da media che preferiscono cavalcare l’onda del click facile piuttosto che verificare le fonti. Il risultato è un clima di odio, razzismo e violenza che mette a rischio l’incolumità di cittadini innocenti e mina le basi della convivenza civile.

La scintilla che ha innescato il caso è scoccata nel pomeriggio di giovedì in largo Trinacria. Una donna, G.S., nota alle forze dell’ordine per la sua fragilità psichica, ha assistito a una normale scena quotidiana: una madre che usciva dal supermercato trascinando per mano la figlia di due anni, che faceva i capricci, mentre parlava animatamente al telefono.

In un momento di confusione, G.S. ha scambiato lo sguardo della piccola per una richiesta di aiuto, paradossalmente convinta che la bambina venisse rapita dalla madre stessa. La donna è così entrata in un centro estetico vicino per denunciare il fatto.

Nonostante il personale del negozio l’avesse rassicurata che quella fosse una cliente abituale e che quella fosse effettivamente sua figlia, la diffidenza di G.S. non si è placata, portando a una prima chiamata al 113. Tuttavia, prima dell’arrivo della polizia, la donna si è allontanata tranquillamente verso la fermata del bus.

È qui che la realtà ha preso una piega paradossale: la titolare del centro estetico, verosimilmente influenzata dal martellante allarmismo mediatico sui rapimenti di minori, ha innescato una reazione a catena, pubblicando su Facebook e inoltrando su WhatsApp messaggi vocali e fotografie della donna, descrivendola erroneamente come una pericolosa predatrice di bambini.

In pochi minuti, la città è in preda al terrore. Una madre insegue un autobus in piazza De Gasperi credendo di aver avvistato il “mostro”, la polizia ferma il mezzo ma non trova nulla. Si aggiungono segnalazioni al centro commerciale Conca d’Oro e allo Zen.

Propìo nei pressi della scuola Falcone allo Zen, la situazione è scivolata verso la tragedia. Circondata da una folla inferocita, tra minacce di morte e promesse di vendetta, la donna ha rischiato il linciaggio. Solo la tempestività dei Carabinieri, intervenuti per prelevarla e metterla in sicurezza tra le urla dei presenti, ha evitato il peggio.

Polizia e carabinieri, al termine degli accertamenti, sono stati categorici: “in nessuno dei tre episodi che hanno acceso l’allarme collettivo la donna si è mai avvicinata a un minore”. G.S. è una persona trasandata, con evidenti difficoltà psichiche, ma del tutto innocua. Eppure, per un intero pomeriggio, migliaia di palermitani hanno creduto che fosse un mostro, un pericolo imminente per i loro figli, pronti a farsi giustizia da soli su basi totalmente infondate.

Dobbiamo dire che questo clima non è spuntato fuori dal nulla. Negli ultimi tempi ci sono stati casi pesanti, come quelli di Caivano e Bergamo, che hanno alzato di molto il livello di ansia generale. Se pensiamo al tentativo di rapimento nel supermercato bergamasco, dove a una bimba è stato “rotto il femore nello strattonamento” mentre i genitori cercavano di trattenerla, è chiaro perché oggi la gente sia così nervosa. Tuttavia, il problema risiede anche nel modo in cui questi episodi, pur essendo casi isolati e distanti tra loro, vengono cuciti insieme da una narrazione mediatica che punta tutto sulla percezione di un’emergenza costante.

Quando succede un fatto del genere, si scatena una corsa frenetica per “cavalcare l’onda”. I social diventano bacheche di segnalazioni non verificate, dove il sospetto verso il prossimo, specie se “diverso”, diventa il collante per sentirsi parte di una comunità estremamente unita ma, al contempo, tragicamente disinformata.

In questo scenario, sono nate e continuano a crescere a dismisura centinaia di pagine social – spesso chiamate “pagine di patrioti” o di “sicurezza cittadina” – che prosperano proprio grazie alla diffusione compulsiva di notizie dal taglio allarmista. Per molti italiani, queste realtà sono diventate il canale di informazione principale, sostituendo i media tradizionali. Sono aggregatori di rabbia e ansia che, non dovendo rispondere a nessuna regola deontologica, operano in un vuoto di responsabilità. Non hanno un direttore che risponda legalmente dei contenuti, né l’obbligo di verificare se una segnalazione sia vera o frutto di una suggestione. Il loro unico obiettivo è l’engagement, più una notizia è spaventosa, più attira clic e condivisioni, trasformando il panico in una forma di profitto.

Questa sovraesposizione trasforma eventi tragici ma circoscritti nella percezione di una minaccia costante e diffusa, portando le persone a vivere in uno stato di allerta perenne. La paura smette di essere razionale e diventa uno strumento da utilizzare per aumentare follower, lettori o consenso, generando una psicosi che si nutre anche di “falsi positivi” che occupano il dibattito pubblico per giorni.

Questa dinamica viene troppo spesso alimentata anche da una certa stampa che preferisce il sensazionalismo ad un’analisi approfondita. Titoli urlati come “bambini in pericolo, tanti i tentativi di rapimenti” o “maledetti ladri di bambini”, apparsi sui canali social di quotidiani nazionali, non si limitano a riportare un fatto, ma costruiscono una narrazione tossica che mira a generare paura e rabbia, lasciando anche intendere, a volte, che questi rapimenti siano addirittura una sorta di “piaga etnica” legata agli stranieri.

Si passa così dalla legittima preoccupazione per i figli alla criminalizzazione sistematica dell’altro. In questo processo, il sospetto si trasforma in una sentenza di colpevolezza immediata, emessa nelle chat di gruppo e nelle piazze digitali, dove la razionalità scompare per far posto a un’ondata di rabbia che aspetta solo un bersaglio, anche se innocente.

È ormai evidente che la sicurezza pubblica non può più essere messa a repentaglio da pseudo-testate social che operano senza seguire alcuna regola etica o deontologica. Data la loro estrema pericolosità, queste realtà necessitano di una regolamentazione ferrea: oggi agiscono come megafoni di disinformazione che inquinano drammaticamente il dibattito pubblico, fornendo a milioni di italiani una visione totalmente distorta della realtà e spingendo la società verso una tensione insostenibile.

In questo caos, le vere testate giornalistiche hanno il dovere di essere un presidio di razionalità. Fare giornalismo oggi non può significare solo inseguire l’ultimo post virale, ma “raffreddare” la notizia, analizzarla e, soprattutto, proteggere il lettore dalla psicosi, fornendo fatti laddove alcuni social vomitano emozioni incontrollate.

Bisogna tornare all’oggettività. Se vogliamo evitare che la prossima volta ci scappi il morto, i media devono smettere di buttare benzina sul fuoco. L’informazione deve tornare nelle mani di chi segue una deontologia professionale, punendo ed isolando chi si finge giornalista solo per seminare il panico.