UN GRANDE AEROPORTO TRA MILAZZO E BARCELLONA?

di Redazione

La scommessa dell’Aeroporto Intercontinentale del Mediterraneo segna un punto di svolta con il deposito formale della documentazione tecnica e amministrativa presso il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. Non si tratta più soltanto di una suggestione progettuale che ciclicamente riappare nei dibattiti sullo sviluppo del Mezzogiorno, ma di un iter istruttorio avviato sotto l’egida del project financing.

La proposta, avanzata dalla società “La Sciara Holding LTD & Partners”, mira a trasformare radicalmente la fisionomia economica della Valle del Mela, un’area situata tra i comuni di Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. L’obiettivo dichiarato dai promotori è quello di realizzare una struttura unica nel suo genere a sud di Roma: un polo aeroportuale a vocazione prevalentemente cargo e intercontinentale, capace di operare come cerniera tra l’Europa, l’Asia e l’America.

Il cuore finanziario dell’operazione poggia su un investimento che oggi viene stimato in oltre 1,6 miliardi di euro, una cifra che ha subito una revisione al rialzo rispetto alle prime proiezioni per includere una componente tecnologica e ambientale di rilievo. Circa 1,2 miliardi di euro sarebbero destinati all’infrastruttura di volo e alle pertinenze aeroportuali, mentre una quota consistente, pari a 450 milioni di euro, verrebbe impiegata per la costruzione di un imponente impianto fotovoltaico.

Quest’ultimo tassello non è un elemento di contorno, ma rappresenta il pilastro della sostenibilità operativa dello scalo, pensato per essere energeticamente autonomo e in linea con le direttive internazionali sulla decarbonizzazione dell’aviazione civile. Nelle intenzioni del management guidato da Fabio Bertolotti, CEO della società con sede a Londra, questa configurazione permetterebbe di abbattere drasticamente i costi di gestione, rendendo lo scalo estremamente competitivo per le grandi compagnie di logistica e per i vettori che operano sulle rotte a lungo raggio.

Il masterplan descritto nei documenti depositati al Mit non si limita alla movimentazione degli aerei. L’idea è quella di una piattaforma intermodale che integri il trasporto aereo con quello navale, ferroviario e su gomma, sfruttando la vicinanza strategica al porto di Milazzo e agli assi autostradali e ferroviari.

A corredo della pista di quattromila metri, capace di ospitare i giganti dell’aria, il progetto prevede una vera e propria cittadella dei servizi. Si parla di un hotel a cinque stelle, un centro congressi, un vasto polo commerciale con outlet e centinaia di negozi. Quest’ultimo tassello avrebbe la funzione di diversificare le entrate, garantendo flussi di cassa indipendenti dalle fluttuazioni del traffico aereo e trasformando l’aeroporto in una destinazione anche per il turismo locale e regionale.

Tuttavia, proprio l’ampiezza di questa visione alimenta un dibattito serrato sulle reali necessità infrastrutturali della Sicilia. Sul tavolo delle autorità regolatrici, a partire dall’Enac, resta il nodo della compatibilità di un nuovo scalo con l’attuale Piano nazionale degli aeroporti. Il vertice dell’ente dell’aviazione civile ha più volte ribadito come la strategia nazionale sia orientata all’ottimizzazione degli scali esistenti e allo sviluppo della mobilità aerea avanzata, piuttosto che alla creazione di nuove piste convenzionali.

In questo contesto, gli osservatori più scettici sottolineano che la Sicilia dispone già di un sistema aeroportuale articolato su Catania, Palermo, Trapani e Comiso, a cui si aggiunge lo scalo di Reggio Calabria che serve l’area dello Stretto. Il timore espresso da una parte della classe dirigente locale, tra cui il sindaco di Messina, Federico Basile, è che un’opera di tale portata possa risultare ridondante, drenando risorse e attenzioni che dovrebbero invece essere concentrate sul potenziamento dei collegamenti ferroviari e stradali esistenti.

Le perplessità riguardano anche la sostenibilità del modello di business legato al settore merci. Se è vero che il traffico cargo globale è in crescita, è altrettanto vero che i grandi player della logistica internazionale operano solitamente attraverso hub consolidati nel Centro e Nord Europa o nel Nord Italia, dove i distretti produttivi sono più densi. La sfida per la Valle del Mela sarebbe quella di invertire questa tendenza, convincendo colossi come quelli del mercato asiatico o americano a scegliere la Sicilia come base logistica.

I promotori ribattono che la specificità intercontinentale dello scalo eviterebbe la cannibalizzazione del traffico di Catania e Palermo, rivolgendosi a una clientela e a un mercato merci che oggi semplicemente non transitano per l’isola, ma vengono dirottati verso grandi hub continentali.

Un altro fronte caldo è quello ambientale e autorizzativo. La Piana di Milazzo è un’area caratterizzata da una complessa stratificazione industriale e da una fragilità idrogeologica che richiederà valutazioni di impatto ambientale estremamente rigorose. I tempi tecnici per ottenere i pareri di Enac, Enav e le certificazioni VIA/VAS sono notoriamente lunghi in Italia, e i trenta mesi ipotizzati per il primo volo appaiono a molti analisti come un traguardo eccessivamente ambizioso.

Le critiche non mancano nemmeno sul fronte delle stime occupazionali: i centoventimila posti di lavoro tra diretti e indotto evocati nelle presentazioni del progetto vengono considerati da alcuni esperti come numeri fuori scala rispetto alla realtà economica siciliana, richiamando alla memoria promesse industriali mai del tutto mantenute.

Nonostante queste frizioni, il progetto continua a esercitare un forte richiamo mediatico e politico, ponendosi come una possibile risposta al cronico deficit infrastrutturale del Sud. Il fatto che l’iniziativa si dichiari a esborso pubblico zero, basandosi interamente su capitali privati e sullo strumento della finanza di progetto, sposta il focus della discussione sulla capacità del mercato di assorbire e validare tale proposta.

Se i proponenti riusciranno a dimostrare la solidità dei contratti con i vettori e la reale integrazione con il sistema dei trasporti isolano, l’iter potrebbe procedere verso la fase di bando pubblico prevista dalla normativa. La partita è dunque aperta e si giocherà non solo sulla fattibilità tecnica, ma sulla capacità di conciliare una visione industriale di ampio respiro con le maglie della programmazione nazionale e le istanze di chi chiede prudenza prima di cementificare e cambiare volto a una nuova porzione di territorio.