NISCEMI, MATTARELLA PORTA LO STATO TRA LA GENTE

di Umberto Riccobello

L’immagine che rimarrà scolpita nella memoria collettiva di Niscemi, di questa Sicilia ferita, non è quella delle crepe che hanno squarciato l’asfalto, né il rumore sordo della terra che scivola via verso il baratro. L’immagine che resterà, potente e simbolica, è quella di un elmetto giallo, indossato con la naturalezza di chi non è venuto a sfilare, ma a presidiare un confine.

Quel confine sottile che separa la disperazione di una comunità dal baratro dell’abbandono. A Niscemi, in questo scorcio di 2026 che sembrava aver voltato le spalle al futuro, lo Stato ha smesso di essere un’entità astratta, un nome scritto sui documenti burocratici o un volto lontano nei telegiornali della sera. Si è fatto passo, stretta di mano e presenza fisica.

Il Presidente Sergio Mattarella ha scelto di scendere in quella trincea di paura e silenzio che è diventata la zona rossa. Non è stata una visita di circostanza, una di quelle tappe obbligate dal protocollo del dolore. È stata un’immersione profonda nelle piaghe di una città che da settimane vive con l’orecchio teso a ogni minimo scricchiolio del suolo. Sorvolando in elicottero quel fronte di frana lungo chilometri, il Capo dello Stato ha guardato negli occhi il mostro di terra che ha inghiottito case, sogni e decenni di sacrifici. Ma è stato una volta a terra, tra la gente, che la percezione è mutata radicalmente: lo Stato c’è, e non ha intenzione di indietreggiare di un solo centimetro.

Si avverte una tensione positiva, una sincronia istituzionale che a queste latitudini suona quasi come un miracolo. C’è un filo invisibile ma solidissimo che unisce l’alta guida morale del Quirinale all’azione operativa di Palazzo Chigi e Palazzo d’Orléans. Giorgia Meloni è stata a Niscemi nei giorni scorsi per testimoniare la vicinanza dell’esecutivo, e il suo impegno prosegue ora nel seguire ogni fase della messa in sicurezza, assicurando che i fondi e le energie necessarie non verranno meno quando i riflettori dei media, fisiologicamente, inizieranno a spegnersi.

Questa vicinanza si traduce in atti che la popolazione tocca con mano. Mentre le autorità percorrevano le vie interdette, i primi contributi per gli affitti sono già nelle tasche di centinaia di famiglie, un ossigeno vitale per chi da un giorno all’altro si è ritrovato senza un tetto. E il Presidente della Regione, Renato Schifani, ribadiva con forza come la visita del Capo dello Stato sia la conferma di una sinergia totale tra i vari livelli delle amministrazioni pubbliche. Non ci sono divisioni, non ci sono passerelle politiche: c’è solo il dovere di rispondere a una comunità che ha visto i propri beni più cari finire nel precipizio.

E in un abisso di polvere e fango, dove la forza distruttrice della natura ha minacciato di inghiottire non solo le mura, ma l’anima stessa di una comunità, l’intervento dei Vigili del Fuoco ha assunto i contorni di un’impresa eroica e silenziosa. Tra le crepe di un edificio ormai sospeso nel vuoto, gli uomini del gruppo Sar hanno sfidato le inquietudini del territorio per strappare all’oblio oltre trecentocinquanta volumi e preziosi manoscritti della collezione di Angelo Marsiano, storico e saggista, anima e custode della memoria di Niscemi.

Non è stata solo un’operazione tecnica, condotta con droni e sensori laser sofisticati capaci di avvertire vibrazioni infinitesimali, ma un vero e proprio atto di resistenza civile. Perforando pareti e calandosi in un dedalo di stanze pericolanti, i soccorritori hanno messo in salvo la memoria storica di Niscemi, dimostrando che la presenza dello Stato si manifesta anche nel recupero di un’identità collettiva che rischiava di finire sbriciolata sul fondo del precipizio. In quel lembo di biblioteca salvato dal baratro si legge la volontà di un intero Paese di non arrendersi alla polvere, tutelando con la stessa fermezza le vite umane e il sapere che le ha nutrite.

Il momento più toccante della giornata niscemese si è consumato tra i banchi della scuola Mario Gori. Lì, tra i bambini che hanno vissuto il trauma dello sfratto forzato dalle proprie case, la figura di Sergio Mattarella ha assunto tratti rassicuranti, capace di trasformare l’elaborazione della paura in una lezione di educazione civica vivente. Vedere i piccoli alunni cercare selfie e contatti diretti ha restituito il senso profondo di cosa significhi “Stato”.

Eppure, dietro i sorrisi e le bandierine tricolori, resta il dramma nudo di chi ha perso tutto. A ognuno di loro il Presidente ha dedicato ascolto. La sua presenza è servita a dire che lo Stato non è un ospite, ma il padrone di casa che si rimbocca le maniche insieme ai suoi cittadini. La risposta di Niscemi è stata un abbraccio corale. Gli applausi non erano rivolti solo all’uomo, ma a ciò che egli rappresenta: la garanzia che le istituzioni non sono sorde.

Il senso di smarrimento che regnava sovrano dopo lo smottamento del 25 gennaio è stato sostituito da una determinazione nuova. La gente lo sente, lo percepisce nei controlli continui della Protezione Civile, nell’efficienza dei Vigili del Fuoco e nella rapidità con cui vengono istruite le pratiche per i ristori.

Il messaggio che parte da questa terra ferita è rivolto all’intero Paese: quando le istituzioni si muovono all’unisono e remano nella stessa direzione, la speranza smette di essere un miraggio. La ricostruzione di Niscemi sarà lunga, complessa, costellata di verifiche geologiche e di decisioni difficili su dove e come riedificare. Ma il punto di partenza è solido. Lo Stato ha piantato la sua bandiera su quel fango, non come un vessillo di conquista, ma come un segno di protezione.