FUGGE PRIMA DEL RIMPATRIO E SVANISCE NEL NULLA

di Antonino Piscitello

Un nuovo episodio sta mettendo in luce le fragilità del sistema di gestione dei rimpatri. Uno straniero, già colpito da un decreto di espulsione, è riuscito a dileguarsi dalla nuova cittadella della polizia di Boccadifalco dopo aver aggredito brutalmente un agente. rimpatrio

Nonostante l’imponente dispiegamento di forze, tra cui l’impiego di un elicottero dei Carabinieri, l’uomo è attualmente latitante, alimentando dubbi sulla sicurezza urbana e sull’efficacia delle procedure di espulsione.

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Secondo quanto riportato con precisione da Palermo Today, i fatti si sono svolti durante le fasi finali delle procedure amministrative. Mancavano soltanto pochi atti e il fotosegnalamento prima che l’uomo venisse scortato verso il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Milo, nel trapanese. All’improvviso, la situazione è precipitata: il soggetto si è scagliato con violenza contro un poliziotto, colpendolo con calci e pugni per riuscire a scappare.

Il fuggitivo è riuscito a divincolarsi e a correre verso le imponenti mura di cinta della struttura di via Giuseppe Pitrè. Nonostante il filo spinato, con un balzo incredibilmente atletico ha scavalcato il perimetro, scomparendo nella fitta vegetazione tra via Pitrè e via Portello.

L’area è stata immediatamente isolata da decine di pattuglie, mentre l’elicottero dell’Arma sorvolava il quadrante per fornire supporto dall’alto.

Tuttavia, le ricerche capillari estese per diversi chilometri non hanno ancora dato frutti, lasciando ipotizzare che l’uomo possa aver trovato un rifugio temporaneo nelle vicinanze in attesa di allontanarsi definitivamente.

Il fuggitivo era peraltro già stato colpito da un provvedimento che lo obbligava a lasciare il Paese, ma era stato rilasciato, nell’utopica speranza che rimpatriasse autonomamente.

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Questo evento è uno dei tanti casi di cronaca nera che amplificano un malcontento sociale sempre più evidente. La crescente percezione di insicurezza tra i cittadini è alimentata anche dalla constatazione che il sistema dei rimpatri appare spesso impotente, persino di fronte a soggetti violenti e con precedenti.

Quando lo Stato emette un ordine di espulsione ma non ha la forza di renderlo esecutivo, lasciando soggetti pericolosi sostanzialmente liberi di agire, la fiducia nelle istituzioni e nel potere deterrente della legge subisce un’incrinatura profonda, quasi irreparabile. Quando poi quello stesso soggetto, arrestato nuovamente, riesce anche ad evadere con tale spregiudicatezza, quella fiducia finisce per crollare del tutto.

La conseguenza più pericolosa di queste falle sistemiche è l’inasprimento del clima sociale. Se l’immigrazione regolare rappresenta una risorsa necessaria, l’immigrazione clandestina che sfugge a qualsiasi tipo di controllo o punizione si trasforma in paura e risentimento.

Esiste un rischio concreto: una cittadinanza esasperata da questo senso di impunità può scivolare, come stiamo già osservando, verso pericolose derive di giustizia sommaria. Questa percezione di pericolo spinge infatti l’opinione pubblica a sovrapporre la condotta criminale del singolo all’intera comunità dei migranti, scatenando reazioni che finiscono per colpire i soggetti più fragili e integrati piuttosto che colpire chi realmente commette reati.

L’attuale sistema dei rimpatri, nonostante gli sforzi del governo, affiancato da una gestione dei flussi percepita ancora come insostenibile, non fa che generare odio e razzismo, incattivendo una società che non si sente più protetta.

Senza la certezza che chi delinque possa essere effettivamente allontanato, la convivenza civile rischia di implodere sotto il peso di una rabbia sociale sempre più difficile da contenere.