L’ARS si prepara a vivere in Sala d’Ercole una delle sessioni più delicate di questa legislatura, con il sipario che si alza finalmente su un testo atteso da oltre un quarto di secolo.
La riforma della dirigenza della Regione Siciliana non è soltanto un adempimento tecnico o una necessità burocratica, ma rappresenta il tentativo politico di scardinare un sistema cristallizzato nel tempo, figlio di una stagione legislativa risalente al lontano duemila. Il cammino del disegno di legge, approdato in assemblea dopo un lungo e tortuoso iter nelle commissioni di merito, si preannuncia tuttavia irto di ostacoli, appesantito dalle frizioni con le sigle sindacali e dalle incognite tattiche tipiche dei grandi passaggi parlamentari siciliani.
Il centro nevralgico della proposta governativa risiede nella creazione della cosiddetta fascia unica. Si tratta di una scelta di campo netta, difesa con vigore dall’esecutivo guidato da Renato Schifani, che mira ad allineare l’ordinamento isolano agli standard nazionali e a quelli degli altri enti locali. Attualmente, il panorama della burocrazia regionale appare quasi paradossale: una piramide dove la prima fascia è deserta e la seconda conta appena tre unità, mentre la stragrande maggioranza dei funzionari apicali è compressa in una terza fascia che, nelle intenzioni originarie del legislatore di venticinque anni fa, doveva avere un carattere meramente transitorio. Questa frammentazione ha generato nel tempo una serie di cortocircuiti amministrativi e legali che hanno di fatto paralizzato il ricambio generazionale.
Il passaggio a un’unica qualifica dirigenziale, secondo i sostenitori della riforma, permetterebbe di superare queste asimmetrie, rendendo tutti i dirigenti potenzialmente idonei a ricoprire incarichi di diversa responsabilità. In questo scenario, la distinzione tra i vari ruoli non sarebbe più legata a una gerarchia di status predefinita, ma alla natura dell’incarico effettivamente conferito, con riflessi diretti sul trattamento economico accessorio. In sostanza, lo stipendio base verrebbe parametrato sui valori attuali della terza fascia, mentre le differenze retributive verrebbero determinate dalle indennità di posizione e dal raggiungimento di obiettivi specifici legati alla complessità delle strutture dirette.
Tuttavia, proprio questa impostazione ha sollevato un polverone di polemiche tra le organizzazioni sindacali. Alcune sigle del comparto hanno espresso a più riprese contrarietà verso il modello a fascia unica, intravedendo il rischio di una eccessiva discrezionalità politica nei criteri di nomina e di un appiattimento delle carriere. La controproposta punta invece al mantenimento di un sistema binario, articolato su due fasce, che permetterebbe l’inquadramento automatico degli attuali dirigenti di terza fascia nel secondo livello, seguendo un modello più simile a quello statale definito dal decreto legislativo 165 del 2001. Per i sindacati, la via scelta dal governo richiederebbe adeguamenti contrattuali lunghi e complessi, mentre la loro soluzione a due livelli avrebbe un impatto ordinamentale immediato e meno traumatico.
Oltre alla disputa sull’architettura delle fasce, il dibattito parlamentare dovrà sciogliere il nodo del reclutamento. La Sicilia si trova oggi di fronte a una vera emergenza numerica: le stime parlano di un fabbisogno di circa settecentocinquanta dirigenti a fronte di una forza lavoro attuale che sta per essere ulteriormente assottigliata da una massiccia ondata di pensionamenti. Entro il 2027, infatti, circa duecento unità lasceranno il servizio, rendendo l’immissione di nuove energie non più differibile. Il disegno di legge prevede che almeno la metà dei nuovi ingressi avvenga tramite concorso pubblico aperto all’esterno, alzando però l’asticella delle competenze richieste. Per i candidati esterni non basterà più la semplice laurea, ma sarà necessario possedere titoli accademici superiori come master di secondo livello o dottorati di ricerca in materie attinenti alla pubblica amministrazione.
Sul fronte interno, la riforma cerca di bilanciare le aspettative dei funzionari di lungo corso, prevedendo riserve di posti per chi ha già maturato un’esperienza significativa nei quadri regionali. Per i sindacati, tuttavia, si tratterebbe di un punto di equilibrio instabile poiché i dipendenti che da decenni attendono una progressione di carriera chiedono garanzie certe sulla priorità delle loro posizioni rispetto ai nuovi innesti esterni.
La sfida del governo è quella di rinfrescare una macchina amministrativa appesantita da anni di blocco del turn-over e da accordi con lo Stato che hanno imposto un drastico piano di rientro dal disavanzo vincolando le assunzioni a rigidi obiettivi di risparmio, e al recepimento degli standard nazionali di efficienza quali la distinzione tra funzioni politiche e amministrative, l’adozione di sistemi di valutazione della performance, la rotazione degli incarichi per prevenire fenomeni corruttivi e favorire la flessibilità.
Il clima che si respira tra i corridoi di Palazzo dei Normanni è però carico di elettricità. La storia recente dell’aula ha insegnato che i disegni di legge di riforma, specialmente quelli che toccano i gangli vitali del potere burocratico e le aspettative dei dipendenti pubblici, sono il terreno di caccia ideale per i franchi tiratori. Il voto segreto rappresenta una minaccia costante per la tenuta della maggioranza, specialmente se si considera che alcuni emendamenti approvati in commissione, come quello riguardante il tetto massimo agli stipendi, hanno già creato piccoli smottamenti negli equilibri interni.
L’obiettivo dichiarato del presidente della Regione è quello di consegnare alla Sicilia una burocrazia moderna, snella e capace di rispondere alle esigenze dei cittadini e delle imprese, eliminando duplicazioni di uffici e sovrapposizioni di competenze. Per raggiungere questo traguardo, la riforma prevede anche incarichi a tempo determinato per le posizioni apicali, con durate variabili a seconda dell’importanza della struttura, cercando di legare a doppio filo la permanenza nel ruolo al conseguimento di risultati concreti.
L’approdo in aula segna l’inizio di un passaggio decisivo, con una discussione che si preannuncia complessa. Sarà quello il banco di prova per misurare la tenuta della maggioranza; se il Parlamento dovesse dare il via libera, si aprirebbe una stagione che porrebbe fine a un’era di precarietà organizzativa. In caso contrario, la Sicilia rischierebbe di restare ancorata a un modello amministrativo anacronistico, proprio nel momento in cui la velocità della spesa dei fondi europei e la complessità delle nuove sfide globali richiederebbero una reattività senza precedenti.
La posta in gioco a Sala d’Ercole non è solo il destino di qualche burocrate, ma l’efficienza stessa dell’istituzione regionale per i prossimi decenni. E sarebbe un’occasione sprecata se le logiche di fazione o le pressioni corporative dovessero avere la meglio sull’esigenza di rinnovamento. Il confronto tra la necessità di stabilità invocata dai sindacati e la voglia di rottura proposta dal governo troverà la sua sintesi finale nel segreto dell’urna, in un voto che potrebbe persino segnare l’epilogo di questa legislatura.