LO SCANDALO DELL’ARTICOLO 10 (prima puntata)

di Rino Piscitello

Nel corso delle votazioni in aula sul disegno di legge sugli Enti Locali, l’ARS si arenò sull’articolo 10 al quale in pochi avevano fatto caso.

L’articolo riguardava la digitalizzazione dei documenti urbanistici dei comuni siciliani e a prima vista sembrava una norma di buon senso.

Sull’articolo scoppiò una polemica che andò crescendo e alla fine a voto segreto l’articolo venne largamente bocciato. Sembrerebbe quindi inutile parlarne ancora. Ma dietro quell’articolo vi sono però domande importanti che meritano di avere una risposta.

La digitalizzazione dei vecchi documenti ancora validi, ma spesso sepolti in mezzo ad un mare di carte a volte anche poco ordinate, è vitale per i comuni che devono rispondere alle richieste dei cittadini.

Pensate quindi quanto importante possa essere la digitalizzazione di documenti inerenti licenze edilizie, sanatorie e tutto quanto riguarda uno dei settori più delicati, ovvero l’urbanistica.

Ma come è noto “est modus in rebus” e anche le cose necessarie possono comportare modalità errate o modellate su misura per qualcuno.

Dopo la bocciatura dell’articolo iniziò a girare un dossier dal titolo “L’articolo 10 che nessuno doveva leggere”. Si autodefinisce ‘analisi investigativa in due parti’ e contiene spunti di straordinario interesse.

In effetti quell’articolo aveva tutte le caratteristiche per apparire anonimo, innocente e al contempo utile. Ma guardando con attenzione così non era.

L’Articolo 10 imponeva ai Comuni siciliani di avviare, entro 120 giorni dalla pubblicazione, la digitalizzazione e dematerializzazione degli archivi documentali degli uffici tecnici urbanistici. Aggiungeva che tutto questo doveva avvenire senza nuovi oneri per il bilancio regionale.

Spiegato in termini semplici vuol dire che tutti i 391 comuni siciliani, già in difficoltà economiche e alcuni dei quali in dissesto, avrebbero dovuto gestire un impegno che non sarebbero mai stati in grado di affrontare in proprio per mancanza di personale e di competenze.

Si sarebbe creato quindi un obbligo di legge senza stanziare le risorse necessarie, impoverendo i comuni e arricchendo alcuni gruppi privati.

E sarebbe peraltro interessante sapere se quei privati fossero già pronti alla bisogna.

La domanda da porsi è quindi quella di sempre, ossia “cui prodest” (a chi conviene?).

P.S. Appuntamento alla seconda puntata