LO SCANDALO DELL’ARTICOLO 10 (seconda puntata)

di Rino Piscitello

Un brevissimo riassunto della puntata precedente. Nel corso delle votazioni in aula del disegno di legge sugli Enti Locali, l’ARS si arenò sull’articolo 10 al quale in pochi avevano fatto caso.

Riguardava l’obbligo per i comuni di procedere alla digitalizzazione dei documenti urbanistici dei comuni siciliani. Sembrava una proposta di buon senso, ma, dopo una pesante polemica, l’articolo venne bocciato con voto segreto. Ma sarebbe potuto passare inosservato ed era già stato approvato in commissione. Ad un’attenta analisi, l’articolo nascondeva gravi pericoli e rimangono ancora domande importanti che meritano di avere una risposta a partire da come fosse arrivato in aula.

Nella prima puntata abbiamo evidenziato l’impossibilità per i comuni siciliani di adempiere ad un obbligo che non sarebbero mai stati in grado di affrontare in proprio per mancanza di personale e di competenze.

Aggiungiamo che la norma proposta obbligava ad avviare le procedure entro 120 giorni dalla pubblicazione della legge e questo rendeva davvero impossibile procedere per qualsiasi comune, in particolare per quelli piccoli e piccolissimi in quanto l’assenza di personale negli uffici tecnici, oltre a non consentire la gestione in proprio, non avrebbe consentito neanche di redigere in così poco tempo un capitolato così complesso e definire le procedure di affidamento all’esterno.

La norma proposta e i tempi ristrettissimi di fatto costringevano la grande maggioranza dei comuni ad aderire a convenzioni Consip già esistenti o ad acquistare il servizio sul MePa (Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione).

E siccome su Consip e sul MePa vi è un numero ristrettissimo di grandi operatori che offrono servizi del tipo richiesto dall’articolo 10 in questione, ecco che la proposta sembrava fatta su misura per questi operatori che si sarebbero trovati di fronte a una domanda senza neanche averla dovuta cercare.

Si tratta per capirci di società come Almaviva, Aruba, Infocert e poche altre che improvvisamente si sarebbero trovate senza gare davanti a centinaia di clienti di fatto obbligati ad acquistare i servizi da esse forniti. Comodissimo anche se legittimo.

Ma non sarebbe stato solo questo ad escludere gli operatori locali a vantaggio di grandi player internazionali.

Le 5 fasi previste dalla norma richiedevano infatti un processo di dematerializzazione particolarmente complesso: si comincia dalla scansione (procedura relativamente semplice) ma si passa subito alla necessità di applicazioni integrate con il sistema Spid e con la piattaforma dei pagamenti Pago PA. Occorre poi un sistema di gestione dei documenti attraverso software proprietari che, essendo diversi l’uno dall’altro, obbligherebbero il comune interessato a non cambiare mai più il software e quindi l’operatore.

Ma la partita diventa ancora più complicata nella fase di conservazione sostitutiva, ossia nella fase di sostituzione del documento con copie digitali con la stessa validità, e soprattutto nella fase di integrazione di tutte le fasi, procedura che solo i grandi operatori possiedono.

Tutte le fasi messe insieme escludono quindi del tutto qualsiasi operatore locale che non abbia accordi specifici e precedenti con i grandi operatori.

A questo punto sorge la domanda: chi ha scritto il testo dell’articolo 10 e chi ha lavorato per inserirlo nel disegno di legge? Chi lo fatto probabilmente era consapevole del fatto che bastasse creare un obbligo di legge per creare una domanda senza bisogno di corrompere nessuno.

P.S. Appuntamento alla terza puntata

Lo scandalo dell’articolo 10 (prima puntata)