L’OTTO MARZO NEL RICORDO DI UNA ‘BARBONA’

di Rino Piscitello

La festa della donna, è diventata una ricorrenza banale che perde di significato sempre più spesso. Non perché le differenze tra uomini e donne siano colmati. Ma perché l’otto marzo troppo spesso diventa l’alibi di un giorno ipocrita a fronte degli altri 364.

E allora quest’anno non vogliamo fare generici auguri senza senso alle donne, né tantomeno vogliamo comprare una mimosa.

Quest’anno vogliamo ricordare una donna in particolare per la quale è giusto che ognuno di noi provi profondi sensi di colpa. Una donna invisibile, che non avremmo visto neppure se ci avesse attraversato la strada.

Elisabeta Boldijar, 36enne rumena senza tetto, che viveva in mezzo ai cartoni all’interno di un rudere abbandonato. Consumatrice di crack e probabilmente dedita alla prostituzione più orribile, quella della sporcizia e della miseria.

Una ‘barbona’. Così la chiamano in modo dispregiativo, anche se la definizione nasce per gli uomini e si riferisce all’aspetto principale della trasandatezza maschile, ossia la barba incolta e folta.

Elisabeta è morta sbranata da un branco di cani dentro il suo rifugio aperto ad ogni incursione esterna. O forse, ad andare bene, è morta di stenti o per una malattia non curata e, solo dopo, sul suo corpo hanno infierito gli animali.

Sensi di colpa dicevo. Perché Elisabeta l’abbiamo uccisa noi. L’ha uccisa la nostra ipocrisia che considera libertà di scelta il dormire per strada e lo consente con leggerezza, che non considera prioritarie e obbligatorie le strutture per l’accoglienza a chi non ha luoghi dove vivere, che abbandona i reietti senza consentir loro alcuna via d’uscita.

Perché l’otto marzo ricordiamo la differenza e la discriminazione profonda che ancora vi è nei confronti delle donne. Ma dimentichiamo che non è per tutte la stessa cosa.

Per le donne dei ceti benestanti occorre determinazione per ottenere almeno in parte i propri diritti.

Per le donne povere spesso è necessaria la ribellione.

Per una ‘barbona’ c’è invece solo l’abisso e una distanza incolmabile fatta di violenza, di soprusi e di invisibilità.

Ci vorrebbero alberi di mimose per seppellire quei sensi di colpa, ma forse basterebbe abbattere o murare tutti quei ruderi abbandonati e costruire strutture per gli ultimi e soprattutto per le ultime.