La Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza di custodia nei confronti dell’ex prefetto Filippo Piritore, agli arresti domiciliari dallo scorso 24 ottobre con l’accusa di depistaggio in uno dei capitoli più oscuri e persistenti della storia repubblicana: l’assassinio di Piersanti Mattarella.
La decisione dei giudici della sesta sezione della Suprema Corte, giunta dopo il ricorso presentato dai legali Gianluca Tognozzi e Gabriele Vancheri, segna un punto di svolta procedurale di estremo rilievo. L’annullamento è avvenuto senza rinvio, un dispositivo che implica l’immediata perdita di efficacia della misura restrittiva senza la necessità di un nuovo passaggio davanti al Tribunale del Riesame, il quale aveva precedentemente confermato il provvedimento del gip sostenendo “il rischio della ripetizione del comportamento criminoso”.
Il fulcro della vicenda giudiziaria che coinvolge Piritore ruota attorno al guanto di pelle ritrovato all’interno della Fiat 127 utilizzata dal commando che, nel giorno dell’Epifania del 1980, aprì il fuoco contro l’allora presidente della Regione Siciliana in Viale della Libertà a Palermo. Quel reperto, oggi potenzialmente decisivo per l’estrazione di profili genetici grazie alle moderne tecnologie forensi, è svanito nel nulla. Non compare nei registri della Scientifica né risulta mai depositato presso l’ufficio corpi di reato del Tribunale; eppure, le immagini d’epoca e i verbali ne testimoniano l’esistenza, il recupero, e anche il passaggio materiale nelle mani di Piritore nelle fasi immediatamente successive all’omicidio.
L’accusa mossa dalla Procura di Palermo ipotizzava che Piritore, all’epoca giovane funzionario della Squadra Mobile sotto il comando di Bruno Contrada, avesse fornito versioni contrastanti o mendaci circa il destino di quel reperto. Durante gli interrogatori, l’ex prefetto avrebbe indicato nomi e dinamiche di consegna che, secondo gli inquirenti, non hanno trovato riscontro nelle verifiche incrociate. Per i magistrati inquirenti, queste discrepanze non sarebbero state semplici lacune mnemoniche dovute al trascorrere di oltre quarant’anni, ma un consapevole tentativo di sviare le nuove indagini coordinate dalla Direzione Investigativa Antimafia.
Le difese hanno però impostato una strategia d’attacco frontale, contestando non solo il merito delle accuse, definite inconsistenti per sostenere una misura cautelare, ma anche la legittimità procedurale con cui Piritore è stato inizialmente ascoltato. Uno dei punti cardine del ricorso riguardava infatti la qualifica del soggetto al momento delle prime sommarie informazioni: i legali hanno sostenuto che l’ex funzionario avrebbe dovuto essere assistito da un avvocato sin dall’inizio, essendo di fatto già sotto la lente degli investigatori, e non sentito come semplice persona informata sui fatti.
La decisione della Cassazione restituisce la libertà a un uomo che ha ricoperto ruoli di vertice nelle istituzioni, essendo stato questore in sedi delicate come Caltanissetta, L’Aquila e Genova, prima di concludere la carriera come prefetto di Isernia. Tuttavia, il procedimento penale prosegue. Il fascicolo sull’omicidio Mattarella resta aperto e vede attualmente iscritti nel registro degli indagati i nomi di esponenti di spicco di Cosa Nostra come Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese.
La sparizione del guanto rimane una ferita aperta nel tentativo di ricostruire la verità integrale su un delitto che, sebbene abbia già visto condannati i vertici della Cupola mafiosa come mandanti, continua a presentare zone d’ombra sui reali esecutori materiali e sui possibili livelli di collusione che hanno protetto i killer per decenni.
In attesa di conoscere le motivazioni dei supremi giudici, che verranno depositate nelle prossime settimane, resta il dato di un’indagine che fatica a trovare punti fermi nel labirinto dei ricordi e delle omissioni del passato. La magistratura palermitana, sotto la spinta delle nuove tecnologie di analisi del DNA, sperava che quel guanto potesse finalmente dare un nome a chi impugnò l’arma.
La sua assenza dai depositi giudiziari rappresenta un ostacolo tecnico monumentale, che la Procura ha cercato di superare individuando presunte responsabilità individuali nella catena di custodia del reperto. Con la scarcerazione di Piritore, il quadro cautelare si azzera, lasciando agli inquirenti il compito di tessere nuovamente la tela di un’inchiesta che sfida il tempo e il silenzio dei testimoni dell’epoca.