MESSINA, CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

di Umberto Riccobello

Cronaca di una morte annunciata, quella di Daniela Zinnanti, la cinquantenne messinese il cui destino sembra essersi compiuto lungo un binario di tragica prevedibilità, nonostante le grida d’aiuto lanciate alle istituzioni. La vicenda non racconta solo l’orrore di un omicidio brutale, ma mette ancora una volta a nudo i limiti di un sistema di protezione che, pur essendosi attivato con tempestività burocratica, si è inceppato a causa della mancanza di un dispositivo elettronico.

L’epilogo di questo calvario si è consumato in via Lombardia, a Messina, dove il corpo della donna è stato rinvenuto in una pozza di sangue dalla figlia ventitreenne. La scoperta ha assunto i contorni di un dramma nel dramma, poiché la giovane, al settimo mese di gravidanza, è stata colta da un malore immediato che ha reso necessario il suo ricovero d’urgenza. Mentre ci si interroga sulle falle della sicurezza, emerge il profilo di un assassino reo confesso, l’ex compagno sessantasettenne Santino Bonfiglio, che ha ammesso le proprie responsabilità dopo essere stato rintracciato dalle forze dell’ordine.

La relazione tra i due, iniziata la scorsa primavera, si era trasformata quasi subito in un incubo per la vittima. Le cronache giudiziarie descrivono un crescendo di violenza che non aveva lasciato spazio a dubbi sulla pericolosità dell’uomo. Già poco dopo l’inizio del rapporto, erano iniziati i pestaggi e le minacce di morte. Un primo ammonimento del questore nel giugno del 2025, avvenuto a seguito di una denuncia presentata dalla vittima e poi ritirata, non era bastato a frenare la furia dell’uomo che aveva continuato a perseguitare la donna, approfittando anche della fragilità psicologica che spesso lega le vittime ai propri carnefici in un ciclo di riconciliazioni forzate e nuove aggressioni.

Il punto di rottura definitivo sembrava essere arrivato all’inizio di febbraio, quando Daniela era stata trasportata in ospedale con sette costole fratturate, un trauma cranico e diverse ferite da taglio. In quell’occasione, i medici avevano emesso una prognosi di trenta giorni, sciogliendo la riserva solo dopo accertamenti approfonditi. Quell’episodio aveva finalmente fatto scattare il cosiddetto Codice Rosa e una misura cautelare più severa: gli arresti domiciliari con l’obbligo del braccialetto elettronico.

Tuttavia, proprio qui si è inserito il corto circuito fatale. Nonostante l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari fosse chiara nel richiedere il monitoraggio costante, il dispositivo non è mai stato applicato a causa di una paradossale mancanza di unità disponibili. Il braccialetto che avrebbe dovuto segnalare l’evasione di Bonfiglio e proteggere la vita di Daniela sarebbe dovuto arrivare soltanto oggi, 12 marzo, poche ore dopo che l’assassino sferrasse i colpi mortali.

Senza il controllo elettronico, per Bonfiglio è stato fin troppo semplice lasciare la propria abitazione e raggiungere quella dell’ex compagna. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti della Squadra Mobile, l’uomo avrebbe cercato un ultimo colloquio, ma di fronte al rifiuto della donna la situazione è degenerata rapidamente. L’arma del delitto, un coltello recuperato successivamente in un cassonetto dei rifiuti poco distante dal luogo dell’omicidio, è stata utilizzata con una ferocia tale da non lasciare scampo alla vittima, colpita da decine di fendenti.

Il fratello della donna, Roberto, ha dato voce al dolore e alla rabbia di una famiglia che aveva cercato in ogni modo di proteggerla, scontrandosi con la sensazione di un’inadeguatezza strutturale delle istituzioni. Egli ha ricordato come l’ultima brutale aggressione avesse lasciato la sorella nel terrore, un timore alimentato da costanti messaggi di minaccia che continuavano a giungere sul suo telefono nonostante l’uomo fosse ufficialmente ristretto in casa. La domanda che ora aleggia riguarda proprio l’efficacia di misure cautelari che, se non supportate dai necessari strumenti tecnici, rischiano di trasformarsi in semplici prescrizioni sulla carta, incapaci di fermare chi ha già deciso di uccidere.

Mentre l’assassino attende dal carcere il giudizio già fissato per il prossimo maggio, resta il vuoto lasciato da una donna che si occupava stabilmente dell’anziana madre. La comunità messinese si ritrova a piangere l’ennesima vittima di una violenza di genere che non sembra trovare argini efficaci, in un contesto dove la burocrazia del controllo corre più lenta della mano di chi colpisce. La tragica ironia di un braccialetto elettronico che arriva a destinazione quando il delitto è già stato consumato rimane il simbolo più amaro di questa vicenda, un monito su quanto sia ancora lunga la strada per garantire una tutela reale a chi trova la forza e il coraggio di dire basta e denunciare.