Il terremoto giudiziario che nel novembre scorso aveva scosso i palazzi del potere e della sanità siciliana, e portato agli arresti l’ex governatore Salvatore Cuffaro, sembra aver perso parte della sua forza d’urto iniziale. A distanza di mesi dall’avvio dell’inchiesta sulla gestione considerata illecita di appalti e nomine nella sanità regionale, la Procura di Palermo ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Sebbene l’impianto accusatorio rimanga severo, il perimetro dell’indagine appare oggi sensibilmente ridotto rispetto alle premesse che avevano portato il leader della Nuova Dc ai domiciliari.
I magistrati Claudio Camilleri e Andrea Zoppi, coordinati dal procuratore Maurizio de Lucia, hanno delineato un quadro che si è progressivamente asciugato. L’accusa più pesante, quella di associazione a delinquere, è caduta, lasciando spazio a episodi circoscritti di corruzione e traffico di influenze illecite. Degli iniziali diciotto indagati, solo nove restano formalmente nel mirino degli inquirenti in questa fase che precede la richiesta di rinvio a giudizio. Tra questi figura naturalmente Salvatore Cuffaro, considerato dagli inquirenti una sorta di intermediario di lusso capace di muovere le leve del potere attraverso una fitta rete di relazioni personali e politiche.
Il cuore dell’inchiesta si divide in due tronconi principali. Il primo riguarda l’ospedale Villa Sofia-Cervello di Palermo e un concorso pubblico per la stabilizzazione di quindici operatori sociosanitari. In questo capitolo, la Procura contesta il reato di corruzione non solo a Cuffaro, ma anche all’ex manager dell’azienda ospedaliera Roberto Colletti, al direttore del Trauma Center Antonio Iacono e allo storico collaboratore dell’ex governatore, Vito Raso.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il meccanismo sarebbe stato oliato da uno scambio di favori: la consegna anticipata delle tracce d’esame ai candidati segnalati in cambio di un sostegno politico finalizzato alla conferma di Colletti nel ruolo di direttore generale e a future promozioni professionali per Iacono.
Il secondo pilastro dell’indagine si sposta a Siracusa, focalizzandosi sulla “gara-ponte” bandita dall’Asp per i servizi di ausiliariato e reception. Qui il reato ipotizzato è quello di traffico di influenze illecite. Oltre a Cuffaro, risultano coinvolti Mauro Marchese e Marco Dammone, ex vertici della società Dussmann Service, il faccendiere Ferdinando Aiello e l’imprenditore Sergio Mazzola, amministratore della Euroservice.
L’accusa sostiene che l’ex presidente della Regione avrebbe sfruttato i propri legami con l’allora direttore generale dell’Asp siracusana, Alessandro Caltagirone, per agevolare l’azienda multinazionale nell’ottenimento dell’appalto. Come contropartita, Cuffaro avrebbe ottenuto promesse di assunzioni e miglioramenti contrattuali per soggetti a lui vicini, mentre Mazzola avrebbe beneficiato di un incremento dei subappalti.
Tuttavia, l’inchiesta mostra segni di evidente ridimensionamento. La posizione del deputato nazionale Saverio Romano viene trattata separatamente, anche a causa del mancato via libera della Camera dei deputati all’utilizzo della corrispondenza sequestrata, un impedimento procedurale che potrebbe condurre verso un’archiviazione. Allo stesso modo, sono usciti di scena figure come il deputato regionale Carmelo Pace e il funzionario Antonio Abbonato, inizialmente sospettati di far parte di un sistema associativo che non ha però trovato riscontro definitivo nelle carte depositate dai magistrati.
Un altro capitolo che sembra destinato a chiudersi senza conseguenze penali è quello relativo a una presunta mazzetta legata al Consorzio di bonifica della Sicilia occidentale. L’ipotesi che l’imprenditore Alessandro Vetro avesse veicolato denaro verso il direttore generale Giovanni Tomasino attraverso la mediazione di Cuffaro e Pace non compare nell’atto di chiusura indagini, segnando un ulteriore passo indietro rispetto alle accuse originarie.
Resta invece sotto esame la responsabilità della Dussmann Service S.r.l., chiamata a rispondere per le condotte dei suoi ex dipendenti.
Adesso, le persone coinvolte avranno venti giorni per presentare memorie o chiedere di essere interrogate, nel tentativo di evitare un processo che, pur privo del reato associativo, continua a rappresentare una spina nel fianco.