L’onda d’urto del voto referendario sulla giustizia non ha soltanto scosso i palazzi romani, ma ha proiettato un’ombra lunga e gelida sulle stanze del Presidente Schifani a Palazzo d’Orléans. Mentre i dati nazionali raccontano di un Paese diviso, la Sicilia ha scelto di parlare un linguaggio ancora più netto, quasi di rottura, consegnando un verdetto che va ben oltre il quesito tecnico-giuridico.
Con il NO che nell’isola ha sfiorato la vetta del 61%, superando di gran lunga la media del resto d’Italia, il messaggio inviato dalla base elettorale al centrodestra di governo non può essere ignorato né derubricato a semplice incidente di percorso. Si tratta di un segnale politico di rara potenza che fotografa la distanza tra la coalizione e il sentire dei cittadini.
In questo scenario di macerie elettorali, la tentazione di procedere con un’operazione di chirurgia politica appare non solo azzardata, ma profondamente autolesionista. L’idea che il Presidente Schifani possa chiudere la partita del rimpasto di giunta o la nomina dei nuovi assessori entro pochi giorni, come se nulla fosse accaduto, potrebbe apparire una prova di sorda arroganza.
I posti lasciati vacanti da Nuccia Albano e Andrea Messina, a seguito delle turbolenze che hanno coinvolto la Democrazia Cristiana e la figura di Totò Cuffaro, non sono semplici caselle da riempire in un gioco di incastri partitici. Rappresentano, al contrario, il nervo scoperto di una maggioranza che rischia di perdere la bussola del consenso popolare.
Nominare nuovi esponenti della giunta in un clima di accuse incrociate e veleni interni alla coalizione significherebbe mettere il sigillo su una politica che guarda esclusivamente allo specchio, ignorando il riflesso della realtà esterna. Il centrodestra siciliano avrebbe invece il dovere morale e politico di imporsi una pausa di riflessione, un momento di decompressione che serva a riordinare le idee e, soprattutto, a decifrare il malumore che serpeggia tra i siciliani. Non è il tempo dei decreti di nomina, ma quello dell’ascolto.
Un punto di particolare criticità riguarda il rapporto con la Nuova Democrazia Cristiana. In un momento in cui la questione morale e l’opportunità politica tornano prepotentemente al centro del dibattito, riaccogliere o confermare una rappresentanza assessoriale a una forza che non ha ancora operato una netta e inequivocabile discontinuità rispetto all’eredità politica e alle vicende giudiziarie di Totò Cuffaro sarebbe un errore imperdonabile. Riconoscere un assessorato a una formazione che si trova in un limbo di ambiguità identitaria equivarrebbe a voltare le spalle a quel corpo elettorale che, proprio col voto di domenica e lunedì, ha dimostrato di non essere più disposto a tollerare vecchie logiche.
La legislatura si avvia verso la sua fase conclusiva e Schifani si trova davanti a un bivio decisivo. Può scegliere la strada della continuità burocratica, tirando dritto con nomine definite “ineludibili” e che servirebbero solo a placare momentaneamente l’appetito dei partiti, oppure può scegliere la via dell’autorevolezza, congelando ogni rimpasto per avviare una consultazione più ampia con la propria base e con la società civile.
Il voto referendario ha dimostrato che la gente non segue più ciecamente le indicazioni che arrivano dall’alto quando queste appaiono slegate dal sentire comune. Se il centrodestra siciliano intende davvero onorare il mandato ricevuto, deve avere il coraggio di fermarsi. Procedere oggi con nuove nomine verrebbe percepito come l’ennesimo atto di una politica autoreferenziale, interessata più alla sopravvivenza dei propri equilibri interni che al futuro dell’isola.
Il “fragore” delle urne è stato eloquente; ora spetta alla politica dimostrare di avere ancora orecchie per ascoltare.