SI TRATTA DI MAFIA O NO? LA PROCURA FA APPELLO AL RIESAME

di Antonino Piscitello

La Procura ha ufficializzato l’impugnazione dell’ordinanza del GIP in merito all’inchiesta che ha portato all’arresto, lo scorso 10 marzo, del dirigente regionale Giancarlo Teresi e dell’imprenditore favarese Carmelo Vetro. appello riesame teresi

Il nodo del contendere è la mancata contestazione dell’aggravante mafiosa, inizialmente ipotizzata dai magistrati ma esclusa dal primo vaglio cautelare.

L’ufficio inquirente, sotto la direzione dell’aggiunto Vito Di Giorgio, insiste sulla tesi della corruzione finalizzata ad agevolare Cosa nostra. Nonostante il giudice abbia confermato la necessità della custodia in carcere, ha sollevato dubbi sulla prova diretta che il patto corruttivo fosse stato posto in essere al fine di beneficiare la consorteria mafiosa. La partita si sposta ora al Tribunale del Riesame, con l’udienza fissata per il prossimo 10 aprile.

Per Giancarlo Teresi, la scure della giustizia ha innescato una reazione a catena immediata nei palazzi della Regione Siciliana. Considerato fino a ieri un tassello inamovibile della macchina amministrativa – tanto da ottenere un trattenimento in servizio fino al 2027 nonostante i requisiti pensionistici – il dirigente è stato rimosso con un provvedimento d’urgenza. La revoca, con decorrenza retroattiva al giorno dell’arresto, segna la fine del suo ruolo nel dipartimento delle Infrastrutture, dove secondo l’accusa avrebbe pilotato appalti pubblici in favore dell’impresa di Vetro.

Parallelamente, il Riesame dovrà esprimersi lunedì prossimo sulle istanze di scarcerazione e sul sequestro preventivo di 90 mila euro a carico di Salvatore Iacolino, ex manager del Policlinico di Messina. I difensori dell’ex direttore generale, gli avvocati Giuseppe Di Peri e Arnaldo Faro, puntano a dimostrare la piena tracciabilità di quel contante. Secondo la tesi difensiva, la somma rinvenuta nella cassaforte dell’abitazione sarebbe il frutto di semplici prelievi dai conti correnti personali del manager e non il provento di attività illecite.

La posizione di Iacolino resta però delicata, appesantita dalle risultanze investigative emerse dal trojan installato nel cellulare di Carmelo Vetro. Le conversazioni intercettate descriverebbero un sistema di reciproci favori e finanziamenti.

Le parole del boss di Favara delineano, secondo l’accusa, un quadro di asservimento della funzione pubblica agli interessi del clan: «Però a me interessa che lui deve fare quello che noi gli chiediamo punto…». L’ipotesi è che l’ex manager abbia agito da facilitatore, accreditando l’imprenditore vicino ai clan presso i vertici della politica siciliana in cambio di sostegno economico per le tornate elettorali.