LO TSUNAMI REFERENDUM SUL CENTRODESTRA SICILIANO

di Umberto Riccobello

Chi sosteneva che l’esito del referendum sulla giustizia non si sarebbe abbattuto sui governi nazionale e regionale di centrodestra mentiva o sbagliava. Lo tsunami partito dalle urne del referendum ha infatti innescato una reazione che, dalla capitale, punta la barra verso sud trovando in Sicilia l’approdo più turbolento.

La strategia della fermezza impressa da Giorgia Meloni a Roma, culminata con l’uscita di scena di figure quali Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè, ha tracciato un solco profondo nel modo di intendere la responsabilità politica all’interno della coalizione. Non si tratta più soltanto di una questione di opportunità, ma di una vera e propria dottrina del “passo di lato” che la premier sembra voler imporre come standard per preservare l’immagine dell’esecutivo.

Questa nuova linea di rigore, che non ammette zone d’ombra o posizioni di rendita, sta mettendo a dura prova la tenuta della coalizione siciliana. A Palermo il clima è quello delle grandi vigilie, dove il silenzio del governatore Renato Schifani pesa molto più di mille dichiarazioni. La paralisi parlamentare di ieri a Sala d’Ercole, con una maggioranza che si è letteralmente dissolta davanti a scadenze cruciali come il bilancio consolidato e lo sblocco di ingenti risorse finanziarie, è la prova plastica di un malessere che non è più possibile derubricare a semplice incidente di percorso.

Uno dei punti cruciali risiede nel posizionamento di Fratelli d’Italia nell’Isola. Il partito della premier si trova a gestire una fase di nervosismo acuto, alimentata sia dalle vicende giudiziarie che toccano la compagine di governo, sia da una gestione della sanità regionale che ha esposto la coalizione a critiche feroci. A questo si aggiunge l’irritazione tutt’altro che sopita per una campagna referendaria condotta dagli alleati in modo distaccato e distratto.

Il “repulisti” romano, citato nei corridoi della politica palermitana come un monito costante, mette in discussione la permanenza di figure chiave come l’assessora Elvira Amata, su cui si addensano le nubi di un pronunciamento della magistratura atteso per il prossimo 20 aprile. Il garantismo, da sempre bandiera del centrodestra, viene oggi declinato in una forma più complessa, capace di bilanciare la tutela del singolo con la salvaguardia dell’istituzione. La lezione che arriva da Roma suggerisce che, in certi momenti, la sensibilità politica debba prevalere sull’attesa dei tempi giudiziari.

Ma la crisi non è solo una questione di singoli nomi; è una crisi di prospettiva che investe l’intero assetto della coalizione. Il rimpasto di giunta, per mesi ipotizzato come un semplice aggiustamento tecnico per accogliere le istanze della Democrazia Cristiana — che non ha mai preso con determinazione le distanze da Totò Cuffaro — e dell’MPA di Raffaele Lombardo, si è trasformato in un rompicapo di difficile soluzione.

Le promesse elettorali fatte ai due schieramenti si scontrano oggi con un quadro politico mutato, dove 1.077.512 “No” incassati in Sicilia al referendum fungono da monito per chiunque pensi di poter ignorare il segnale di scontento inviato dagli elettori. I democristiani, tuttavia, non sembrano intenzionati a restare alla finestra. La tensione è palpabile soprattutto in vista delle scadenze amministrative, come dimostra il caso di Enna: qui la minaccia di uno sganciamento della DC verso coalizioni di area progressista vicine a Mirello Crisafulli rappresenta un rischio concreto di implosione delle alleanze territoriali.

In questo scenario di incertezza, anche Forza Italia attraversa una fase di profonda autocritica. Le parole di Marco Falcone rilasciate a La Sicilia dipingono un quadro di preoccupazione che attraversa la “spina dorsale” del partito berlusconiano nell’Isola. Falcone evidenzia come il voto referendario non sia stato un giudizio tecnico sulla riforma, ma un chiaro segnale politico rivolto alla classe dirigente regionale.

La richiesta di nuova linfa e di un cambio di passo nella guida del partito, attualmente affidata a Marcello Caruso, nasce dalla consapevolezza che le roccaforti elettorali non sono più territori conquistati per sempre. La necessità che l’imminente congresso porti a una sintesi unitaria ma innovativa viene indicata come l’unica strada per ridare curiosità e speranza a un elettorato che appare sempre più distaccato.

Le prossime ore saranno decisive per capire se la “scossa” romana travolgerà il centrodestra siciliano; la sensazione dominante è che il tempo dei ritocchi sia scaduto. Ciò che viene richiesto è un cambiamento radicale che affronti la questione morale oltre all’efficienza amministrativa, recuperando quello spirito di servizio verso la collettività che appare oggi appannato dalle logiche di schieramento.

Senza un’inversione di rotta chiara, la coalizione rischia di presentarsi alle prossime sfide elettorali come un gigante dai piedi d’argilla, logorato da una resa dei conti interna che il voto del referendum ha reso ormai inevitabile.