La drammatica vicenda della strage di Altavilla Milicia giunge a una svolta processuale decisiva. La Corte d’Appello di Palermo, sezione per i minorenni, ha infatti ribaltato la condanna di primo grado nei confronti di Miriam Barreca, decretandone l’assoluzione.
strage di altavilla
Una temporanea incapacità di intendere e di volere
Se in prima istanza la giovane era stata condannata a 12 anni e 8 mesi di reclusione, i giudici di secondo grado hanno accolto una lettura differente della sua partecipazione ai tragici eventi del febbraio 2024. Al centro della decisione vi è lo stato mentale della ragazza durante quella settimana di atroci torture e deliri mistici che portarono alla morte della madre, Antonella Salamone, e dei piccoli Kevin ed Emanuel.
Secondo il collegio, Miriam è stata “temporaneamente incapace di intendere e volere e dunque non imputabile”. La Corte ha valorizzato le risultanze di due perizie psichiatriche che hanno descritto un soggetto totalmente privo della capacità di autodeterminarsi, annichilito da una pressione psicologica esterna che non le ha permesso di opporsi al padre, Giovanni Barreca, e alla coppia composta da Sabrina Fina e Massimo Carandente.
I giudici hanno riconosciuto alla giovane, che all’epoca dei fatti aveva 17 anni, solo una parziale capacità di intendere al momento del reato. In altre parole, la Corte ha stabilito che Miriam non può essere chiamata a rispondere di un massacro ideato dagli altri membri adulti del gruppo, poiché il condizionamento psicologico della setta aveva annullato la sua volontà, rendendola incapace di ribellarsi o di comprendere la gravità di ciò che stava accadendo.
Si legge infatti nelle ricostruzioni processuali che la ragazza è stata “travolta dalle intenzioni di altri”. Nonostante la sua stessa confessione – in cui ammetteva di aver agito per “liberare la famiglia da presenze demoniache” – il tribunale ha stabilito che quella volontà non fosse libera, ma frutto di un distacco totale dalla realtà indotto dal clima di esaltazione religiosa e violenza in cui era immersa.
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Il percorso di Miriam e il destino degli altri imputati
Nonostante l’assoluzione dal reato, per Miriam Barreca non si aprono le porte della piena libertà. La sentenza prevede infatti il suo trasferimento in una comunità protetta fuori dalla Sicilia. Qui la diciannovenne inizierà un delicato iter di cure e terapie assistita da psicologi ed educatori, con l’obiettivo di rielaborare il trauma e la propria condotta.
La ragazza, che nelle prime fasi delle indagini era stata considerata come l’unica superstite, resta una figura centrale per il troncone principale del processo. La sua collaborazione con i magistrati rimane un elemento agli atti, mentre si attende che la Corte d’Assise si pronunci sulle responsabilità del padre e dei cosiddetti “fratelli di Dio”.
Mentre per Miriam si profila un percorso di recupero sociale e psicologico, resta infatti aperto e teso il fronte giudiziario per il padre Giovanni Barreca e la coppia composta da Sabrina Fina e Massimo Carandente. I tre devono rispondere di accuse pesantissime: omicidio plurimo aggravato e torture. Secondo l’accusa, sarebbero stati loro a orchestrare e dirigere ogni fase del massacro, spinti da un macabro fanatismo religioso che vedeva il dolore fisico e il supplizio come unico strumento possibile per una presunta “purificazione spirituale” delle vittime.
Questa sentenza sottolinea la pericolosità estrema delle sette e dei loro deliri mistici, capaci spesso di annullare la volontà individuale, soprattutto nei soggetti più fragili come i minori. Il fatto che una studentessa liceale sia stata trasformata in un’ombra inerte, incapace di reagire davanti al massacro dei propri cari e spinta persino ad assecondare i carnefici, resta la testimonianza più atroce di quanto il condizionamento psicologico possa essere subdolo e devastante.