MORTE MARESCIALLO LOMBARDO: IL GIP NON ARCHIVIA

di Umberto Riccobello

Il giudice per le indagini preliminari di Palermo ha deciso che il caso del maresciallo Antonino Lombardo non può finire in archivio. Con un provvedimento che prova a guardare oltre trent’anni di silenzi e verità ufficiali, il magistrato Walter Turturici ha respinto la richiesta della Procura, ordinando la riesumazione della salma e fissando un termine di sei mesi per nuovi e approfonditi accertamenti.

La decisione nasce dalla ferma opposizione della famiglia, che non ha mai accettato la narrazione del suicidio avvenuto il 4 marzo 1995, pochi giorni prima del suo quarantanovesimo compleanno. Quella notte di pioggia, all’interno della caserma Bonsignore, non si sarebbe consumato un atto di disperazione solitaria, ma l’epilogo di una manovra di isolamento ordita contro un investigatore troppo efficace per non risultare scomodo.

La riapertura delle indagini si concentra oggi su elementi tecnici che, alla luce delle moderne tecnologie, appaiono incongruenti con un gesto volontario. Una nuova perizia balistica dovrà fare chiarezza sulla Beretta calibro 9 e sul munizionamento. I dubbi riguardano la traiettoria del proiettile, definita anomala da diversi esperti, e lo stato dell’ogiva ritrovata, che non presenterebbe le deformazioni tipiche di un impatto frontale con il tessuto osseo del cranio.

Anche la posizione del corpo, seduto nell’abitacolo con la pistola ancora stretta in pugno e appoggiata sulle gambe, suggerisce una staticità che stride con la dinamica violenta di uno sparo autoinflitto. La scienza forense cercherà ora risposte che all’epoca furono rubricate con troppa fretta, evitando persino l’esecuzione di una necroscopia completa, e che portarono nell’aprile del 1998 all’archiviazione del caso definendo la morte un “evento maturato autonomamente”.

Per comprendere perché la figura di Antonino Lombardo incuta ancora oggi timore, bisogna ripercorrere il suo lavoro tra le file dei Ros. Non era un semplice carabiniere, ma un sottufficiale dotato di una capacità di penetrazione nel mondo mafioso fuori dal comune. La sua stazione di Terrasini era diventata un centro nevralgico per la raccolta di informazioni vitali, tanto da meritarsi l’elogio pubblico di Paolo Borsellino. Proprio al magistrato ucciso in via D’Amelio, Lombardo aveva promesso giustizia, fornendo poi indicazioni decisive per localizzare la latitanza di Totò Riina. Ma la sua vera colpa, agli occhi di chi voleva mantenere inalterati certi equilibri, fu quella di aver convinto Gaetano Badalamenti a tornare dagli Stati Uniti per testimoniare.

L’operazione americana rappresentava una mina vagante per i processi di quegli anni. Il boss di Cinisi, recluso a Menphis per la condanna a 45 anni scaturita dall’inchiesta “Pizza connection”, era pronto a rientrare in Italia ma aveva posto una condizione ferrea: voleva che a garantire la sua incolumità fosse proprio il maresciallo siciliano. Badalamenti non intendeva trasformarsi in un collaboratore di giustizia tradizionale; voleva raccontare la sua versione sui delitti eccellenti, come quello del giornalista Pecorelli, e sui presunti legami tra i vertici mafiosi e la CIA. Quella missione, che avrebbe potuto ribaltare impianti accusatori consolidati, venne stroncata da una violenta campagna di delegittimazione mediatica e istituzionale che precedette di pochi giorni il ritrovamento del cadavere.

Il racconto della fine di Lombardo inizia proprio con un attacco pubblico lanciato in diretta televisiva il 23 febbraio 1995, tre giorni prima della partenza del maresciallo verso gli Stati Uniti, durante la trasmissione “Tempo Reale” condotta da Michele Santoro. In quell’occasione Leoluca Orlando, allora sindaco di Palermo, e Manlio Mele, al tempo sindaco di Terrasini, lo accusarono, senza nominarlo ma rendendolo identificabile, di essere colluso con i clan del territorio. Nello stesso momento, Salvatore Palazzolo prima e Angelo Siino dopo — figure del pentitismo mafioso poi rivelatesi inaffidabili — iniziarono a dipingerlo come un soggetto vicino a interessi oscuri.

L’isolamento divenne totale quando i vertici militari decisero di annullare la missione, privando il maresciallo del suo incarico e della sua credibilità professionale. “Don Tano” dichiarò che non sarebbe più tornato e le cassette audio contenenti le sue dichiarazioni furono distrutte perché considerate poco comprensibili. L’uccisione di Francesco Brugnano, suo fidato confidente, avvenuta il 25 febbraio, suonò come l’ultimo, definitivo avvertimento.

La lettera di addio ritrovata sul sedile della Fiat Tipo è un altro dei pilastri che la nuova inchiesta dovrà sottoporre a revisione. Sebbene il testo faccia riferimento alla propria morte come a una scelta obbligata per proteggere la famiglia e sfuggire a un destino di infamia, analisi grafologiche suggeriscono che quella scrittura non sia riconducibile a Lombardo. Esistono sospetti che il documento non sia frutto della libera volontà del sottufficiale, ma parte di un depistaggio finalizzato a chiudere il caso come un dramma personale legato all’onore ferito. Il riferimento esplicito ai viaggi americani contenuto nello scritto, anziché chiudere il cerchio, lo apre su scenari di interferenza esterna che coinvolgerebbero “menti raffinate”.

I figli e la vedova hanno raccontato dettagli inquietanti su ciò che accadde nelle ore immediatamente successive al ritrovamento. Mentre il cadavere veniva rimosso senza i rilievi di rito, un gruppo di carabinieri si sarebbe presentato a casa Lombardo effettuando una ricerca frenetica di documenti, mentre altri sanitari militari iniettavano un farmaco alla figlia e alla moglie del sottufficiale. Si parla di materiale che conteneva forse il risultato degli ultimi colloqui tra il maresciallo e i suoi referenti, o magari le verità che aveva promesso di consegnare alla famiglia Borsellino sulla strage del 19 luglio 1992. La borsa del militare, descritta come voluminosa e piena di appunti, non è mai stata repertata ufficialmente, alimentando il sospetto che qualcuno abbia voluto ripulire la scena da prove compromettenti.

Le nuove indagini prevedono anche l’ascolto di testimoni chiave rimasti a lungo nell’ombra o mai interrogati a fondo. Si cercherà di ricostruire gli ultimi spostamenti all’interno della caserma e di capire perché le telecamere di sorveglianza non abbiano restituito immagini utili. Si indagherà sul ruolo di chi, la sera del decesso, avrebbe agito con una solerzia sospetta per ricomporre il corpo e spostarlo in una sala prima ancora che un perito terzo potesse analizzare la postura originaria. Questi elementi potrebbero finalmente spiegare se il colpo sia stato esploso realmente in quel cortile o se l’auto sia stata trasformata in un palcoscenico postumo.

Il maresciallo Lombardo non cercava la gloria, ma la verità, muovendosi in quel crinale pericoloso dove lo Stato incontra i suoi nemici per sconfiggerli. La sua morte ha impedito a un vecchio boss di Cosa Nostra di parlare, ha silenziato un investigatore che sapeva guardare oltre le apparenze e ha lasciato una ferita mai cicatrizzata nel cuore dell’Arma.

Ora, la decisione del Gip impone di guardare di nuovo dentro quel sangue sul biglietto bianco, non più come a una prova di resa, ma come al punto di partenza per una giustizia che non può più essere rimandata. La riesumazione della salma non è solo un atto tecnico, ma il tentativo necessario di restituire onore a un uomo che aveva fatto della fedeltà alle istituzioni il senso della propria vita, finendo però forse schiacciato dai medesimi meccanismi che serviva.