Il panorama politico siciliano si appresta a vivere l’ennesimo capitolo di una narrazione che sembra avvitarsi su sé stessa, una trama intessuta di veti incrociati e strategie che, osservate da Roma, appaiono come un clamoroso gioco di specchi rovesciato. La coalizione del cosiddetto campo largo, che nelle intenzioni della segreteria nazionale del Partito Democratico dovrebbe rappresentare l’alternativa compatta al centrodestra, si ritrova oggi intrappolata in un paradosso tattico che rischia di polverizzare ogni velleità di vittoria prima ancora dell’apertura dei seggi. Al centro della contesa non vi sono visioni programmatiche divergenti, ma una questione di metodo che nasconde una profonda e radicata tendenza all’egemonia tra le forze guidate da Elly Schlein e Giuseppe Conte.
La segretaria del Nazareno, forte dei sondaggi che vedono il Partito Democratico come prima forza dell’opposizione a livello nazionale, ha tracciato una linea netta: la leadership della coalizione spetta al partito che ottiene il consenso maggiore nelle urne. È un principio di realismo politico che mira a consolidare la guida dem sul fronte progressista. Tuttavia, non appena si attraversa lo Stretto, questo dogma sembra svanire nel nulla. In Sicilia, dove i rapporti di forza pendono a favore del Movimento 5 Stelle, il PD cambia pelle e reclama a gran voce lo strumento delle primarie. Quello che a Roma è visto come un inutile elemento di disturbo alla leadership naturale del primo partito, a Palermo diventa l’ancora di salvezza per evitare di finire schiacciati dal probabile primato pentastellato.
Dall’altro lato della barricata interna, il Movimento 5 Stelle mette in scena un ribaltamento speculare. Se a livello nazionale i grillini invocano spesso la partecipazione dal basso e i gazebo per bilanciare il peso dell’apparato dem, nell’isola la musica cambia drasticamente. Consapevoli del proprio radicamento territoriale e della forza di nomi come Giuseppe Antoci, europarlamentare del M5S e Presidente della Commissione Politica della Delegazione all’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo (DMED), o Nuccio Di Paola, Vicepresidente vicario dell’ARS e coordinatore regionale del Movimento, i vertici siciliani dei 5 Stelle chiedono un accordo politico di vertice. Il timore, mai troppo velato, è che le primarie fisiche possano trasformarsi in una trappola organizzata dalle truppe cammellate dei democratici, capaci di mobilitare pacchetti di voti che il consenso d’opinione dei grillini faticherebbe a contrastare.
In questo clima di sospetti incrociati si muove anche la variabile rappresentata da Ismaele La Vardera, la cui azione politica rischia di frammentare ulteriormente dall’interno proprio quel bacino elettorale di protesta che la sinistra vorrebbe incanalare in un progetto unitario. La sua presenza, anziché fungere da collante, agisce come un reagente chimico che accelera le spinte centrifughe già presenti tra le diverse anime dell’alleanza. La sensazione è quella di una coalizione che cammina sulle uova, dove ogni mossa è dettata dal timore che l’alleato possa trasformarsi nel peggiore degli avversari.
Davanti a questa dissociazione tattica tra centro e periferia, l’ipotesi di una nuova spaccatura appare all’orizzonte come un destino quasi scientifico, un “déjà-vu” grottesco che ricalca fedelmente il disastro del 2022. Vuoi vedere che, anche stavolta, l’incapacità di stabilire regole d’ingaggio coerenti finirà per servire la vittoria su un piatto d’argento al centrodestra? Quest’ultimo, pur tra i suoi tormenti, non deve far altro che accomodarsi in poltrona e osservare con un sorriso divertito il metodico logoramento interno di un’opposizione che sembra impegnata nell’instancabile e masochistico esercizio di inciampare sempre sui propri piedi.