LIBERI DI SCEGLIERE: IL DESTINO NON È SEGNATO

di Umberto Riccobello

Il destino, a certe latitudini del Mezzogiorno, ha avuto per decenni il passo pesante di una sentenza inappellabile. Nascere in una determinata famiglia, respirare l’aria di certi vicoli o ereditare un cognome che pesa come un macigno sulla carta d’identità significava, quasi per automatismo, imboccare una strada già tracciata fatta di delinquenza, malaffare, sbarre o, nel peggiore dei casi, del silenzio di un camposanto.

Ma adesso, dai saloni di Palazzo d’Orléans, spira un vento che ambisce a scompigliare queste trame già scritte, trasformando la Sicilia da vittima sacrificale a laboratorio d’avanguardia nella lotta alle mafie. La notizia non risiede soltanto nei codici di una norma, la legge regionale n. 24 del 2025, ma nella sua accelerazione operativa, segnata dalla nascita di una cabina di regia che promette di trasformare l’inchiostro legislativo in pane, libri e protezione.

Il progetto si chiama “Liberi di scegliere” e prende ispirazione dall’esperienza pilota avviata in via giurisprudenziale dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, basata su un protocollo ideato dall’allora presidente Roberto Di Bella, oggi a capo dello stesso ufficio a Catania. L’obiettivo è colpire la mafia lì dove fa più male: nel vivaio. Sottrarre i figli ai boss, offrire alle madri una via d’uscita che non sia il tradimento ma la salvezza dei propri cari, significa prosciugare il bacino del consenso e della manovalanza prima ancora che il crimine possa reclamarli.

Il Presidente della Regione, Renato Schifani, ha voluto dare un segnale di estrema concretezza riunendo intorno a un tavolo i dirigenti degli assessorati della Famiglia, della Salute e dell’Economia, l’Ufficio scolastico regionale, l’Anci, i Tribunali per i minorenni, i servizi sociali, le Prefetture, le Asp e le Università. Non si è trattato di una parata di volti istituzionali, ma dell’avvio di un motore complesso.

Schifani ha parlato con la fermezza di chi sa che le leggi, senza benzina finanziaria e coordinamento tecnico, rischiano di restare monumenti alla memoria. La promessa di risorse aggiuntive, che andranno a rimpinguare i primi tre milioni di euro già stanziati, attraverso imminenti variazioni di bilancio e l’impiego dei fondi sociali europei, indica la volontà di non lasciare sguarnito il fronte della prevenzione.

Il cuore pulsante di questa rivoluzione silenziosa batte anche a Catania, da dove Roberto Di Bella ha seguito i lavori in collegamento. È stato lui, con la sua esperienza pionieristica al tribunale per i minorenni, a dimostrare che spezzare le catene dell’appartenenza criminale è possibile. Il giudice ha sottolineato con una punta di orgoglio come sia proprio la Sicilia, la terra che più di ogni altra ha subito l’offesa mafiosa, a generare oggi gli anticorpi più potenti.

Vedere la Regione stessa farsi carico della tutela di questi ragazzi, creando una rete che coinvolge enti, istituzioni e associazioni, rappresenta un ribaltamento prospettico di portata storica. Lo Stato non interviene più solo con la divisa e le manette, ma si presenta con il volto dell’assistente sociale, dell’educatore e dell’insegnante.

La cabina di regia appena insediata avrà il compito delicatissimo di far dialogare mondi che spesso parlano lingue diverse. Dovrà garantire che un minore allontanato da un contesto tossico non finisca nel vuoto pneumatico della burocrazia, ma venga preso in carico da équipe multidisciplinari capaci di cucire addosso a ogni situazione un progetto di rinascita. Psicologi e pedagoghi diventeranno i nuovi soldati di una guerra di posizione che si combatte nelle aule scolastiche e nei centri di formazione, con l’obiettivo di offrire alternative reali a chi, fino a ieri, vedeva nel crimine l’unica forma di sopravvivenza possibile.

Il coinvolgimento di così tante entità testimonia la complessità dell’intervento. Non basta proteggere, bisogna integrare. Non basta nascondere, bisogna mostrare un altro modo di vivere. La sfida è enorme, perché si scontra con secoli di sottocultura e di rassegnazione, ma la determinazione mostrata a Palazzo d’Orléans suggerisce che la strada sia quella giusta. Il modello siciliano, se saprà reggere alla prova dei fatti e della gestione quotidiana, potrebbe davvero diventare il prototipo di una nuova antimafia sociale, capace di esportare speranza e soluzioni al posto di dolore e cronaca nera.

La Sicilia prova a dimostrare che la libertà di scegliere non deve essere un privilegio di pochi, ma un diritto garantito dallo Stato a bambini e ragazzi qualunque sia il quartiere di provenienza o il nome del padre. La battaglia è iniziata, e le istituzioni siciliane sembrano avere in mano non solo lo scudo per difendersi, ma anche la bussola per indicare una via d’uscita definitiva.