PIATTAFORME: DI CHI È LA COLPA DELLA DIPENDENZA

di Elena Mandarà

Per la prima volta, un tribunale di Los Angeles ha condannato Google e Meta a risarcire una donna per i problemi di salute mentale creati dalle loro piattaforme.

Forse ne avrete sentito parlare come di una sentenza storica, una di quelle in grado di segnare un punto di svolta. Mi riferisco alla decisione con cui nei giorni scorsi un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a risarcire una ventenne che aveva fatto causa alle due società denunciando che l’utilizzo delle piattaforme da loro gestite – rispettivamente, Instagram e YouTube – le aveva causato problemi di salute mentale.

Per certi versi, questa decisione è davvero storica. Per la prima volta, infatti, un tribunale ha riconosciuto la responsabilità dei gestori delle piattaforme per i danni subiti dai propri utenti e lo ha fatto associando questa responsabilità non tanto ai contenuti che circolano sulle piattaforme, quando alla loro stessa infrastruttura. I giudici californiani, infatti, hanno stabilito che alcune caratteristiche e funzionalità delle piattaforme (ad esempio, la possibilità di scorrere all’infinito, la riproduzione automatica dei video e i suggerimenti dell’algoritmo) fossero effettivamente in grado di creare dipendenza negli utenti. Secondo i giudici, Google e Meta sono responsabili non soltanto di avere adottato queste funzionalità nonostante potessero avere un impatto negativo degli utenti, ma anche di non averli informati adeguatamente delle possibili conseguenze a cui andavano incontro. La strategia seguita dall’accusa, che si è rivelata vincente, è la stessa che, negli anni ’80, era stata usata negli Stati Uniti contro le aziende produttrici di tabacco.

Il punto cruciale di questa sentenza sta proprio nel fatto che, per la prima volta, a essere condannato è il funzionamento stesso delle piattaforme. Se questo orientamento verrà seguito (e ci si aspetta che dopo questa condanna le richieste di risarcimento da parte di altri cittadini americani saranno moltissime), le grandi piattaforme potrebbero essere costrette a dover ripensare da zero la propria struttura, ribaltando un modello di business che finora si è rivelato indiscutibilmente vincente e redditizio.

Deve sorprendere il fatto che questo punto di svolta sia arrivato negli Stati Uniti prima che in Europa? Non era l’Unione Europea a promettere con le sue regole più sicurezza e più tutela per gli utenti online?

Il caso di Los Angeles dimostra una diversità di approccio quasi strutturale fra Stati Uniti e Unione Europea, figlia forse della diversa cultura, giuridica e non solo. Lo scopo è lo stesso: regolare l’attività delle piattaforme, riconoscere il loro ruolo negli effetti subiti dagli utenti e provare ad arginare i rischi. La differenza sta nel modo in cui si pensa di raggiungere questo scopo. Gli Stati Uniti credono nella strategia della deterrenza: una condanna in tribunale, che potenzialmente ne porterà con sé altre, sarà sufficiente a convincere i grandi giganti del tech a cambiare strategia, proprio per evitare di continuare a subire simili conseguenze in futuro. L’Unione Europea ha invece seguito il motto “prevenire è meglio che curare”, pensando che imporre degli obblighi regolamentari avrebbe costretto per forza di cose le piattaforme a ripensare i propri modelli.

In parole povere, l’intervento degli Stati Uniti cerca di trovare rimedio a un danno che già esiste, nella convinzione che questo avrà degli effetti anche per il futuro. L’Unione Europea ha puntato da subito a una strategia più di lungo termine. Una strada più lenta, ma che ambisce a essere più solida e duratura.

D’altronde, che l’Unione Europea stesse già andando in questa direzione lo dimostra il fatto che solo il mese scorso la Commissione Europea ha aperto un’istruttoria nei confronti di TikTok proprio per accertare la responsabilità della piattaforma rispetto ai “danni da dipendenza” provocati ai propri utenti. La decisione arriverà con tempi molto più lunghi rispetto alle 5 settimane del processo di Los Angeles, ma avrebbe il pregio di non riguardare soltanto il caso di utente specifico. Se la Commissione dovesse confermare le ipotesi preliminari, stabilirebbe una generale responsabilità di TikTok nell’avere violato i propri obblighi di valutazione dei rischi e, oltre a condannare la piattaforma al pagamento di una sanzione amministrativa, potrebbe ordinarle l’adozione di misure volte proprio ad arginare questi rischi.

Quale strategia si rivelerà più efficace? “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Vale però la pena di riflettere sul legame fra questa vicenda e l’annosa questione dei divieti ai minori sui social, di cui peraltro è tornato a parlare proprio in questi giorni il ministro dell’istruzione e del merito Valditara.

Commentando la terribile vicenda del 13enne che ha accoltellato la propria insegnante a scuola, il ministro ha infatti sottolineato che bisogna considerare l’impatto negativo dei social, richiamando l’idea di introdurre un divieto al loro utilizzo sotto una certa età.

Il timore è sempre quello che queste leggi arrivino come una risposta di pancia a un problema percepito come prioritario dall’opinione pubblica, la cui complessità richiederebbe un approccio più articolato e rispetto al quale, però, la scelta di mostrare il pugno duro sembra sicuramente più efficace.

Nonostante sia ancora troppo presto per valutare gli effetti di queste misure in Paesi che hanno già deciso di adottarle, come l’Australia, e c’è chi dice che l’esistenza di un divieto potrebbe comunque rappresentare un ottimo deterrente, come è stato in passato per il tabacco o l’alcol, i primi dati dimostrano che i divieti sono facili da aggirare e i problemi tendono a ripresentarsi sotto una nuova veste.

Non solo: mentre prodotti come tabacco e alcol hanno oggettivamente soltanto effetti negativi, l’utilizzo dei social network e, più in generale, delle piattaforme, può avere anche dei risvolti positivi per gli utenti che li utilizzino. Basti pensare ai contenuti anche di carattere informativo e didattico disponibili su piattaforme come YouTube.

E qui che rientra in gioco il cambio di paradigma di cui abbiamo parlato. L’idea, cioè, di chiamare in causa chi le piattaforme, e in particolare i social network, le progetta e le gestisce. Così come le auto sono soggette a test per verificarne la sicurezza in caso di incidente o i farmaci vengono sottoposti a controlli rigidissimi prima di entrare in commercio, dovrebbero essere introdotti dei controlli per accertare che il funzionamento delle piattaforme, sotto tutti i suoi aspetti, sia sicuro, prima che gli utenti possano utilizzarle. Questo permetterebbe di bilanciare meglio la possibilità di consentirne l’utilizzo ai minori e tutelarli al tempo stesso.

Stiamo parlando, certo, di una soluzione che stravolgerebbe l’attuale business di queste aziende, ma che sarebbe forse più efficace di un divieto tour-court, la cui efficacia è facilmente messa in discussione soprattutto dall’assenza, ad oggi, di sistemi di verifica dell’età sicuri ed efficaci.