IL PARTITO DEMOCRATICO TRA MACERIE E TRIBUNALI

di Umberto Riccobello

Il Partito Democratico in Sicilia non è più una forza politica nel senso tradizionale del termine, ma si è trasformato in un groviglio inestricabile di ricorsi, carte bollate, procedure opache e una gestione del potere che sembra ignorare sistematicamente la realtà elettorale. Quello che sta consumandosi nell’isola è il funerale della partecipazione democratica, celebrato da una classe dirigente che, pur di mantenere il controllo delle poche postazioni valide rimaste, non esita a gettarsi nella mischia affrontando con cinica noncuranza il giudizio dell’opinione pubblica e le insidie delle aule di giustizia.

La vicenda che vede contrapposto il segretario Anthony Barbagallo a una nutrita schiera di oppositori interni non è solo una cronaca di beghe locali, ma lo specchio fedele di un malessere nazionale che vede il Nazareno incapace di governare le proprie periferie se non attraverso forzature che smentiscono, nei fatti, i valori sbandierati a parole.

Tutto ha inizio con una data che resterà scolpita come uno dei momenti più bui nella storia dei dem siciliani: il 27 gennaio 2025. In quel giorno, l’Assemblea regionale del partito viene chiamata a decidere il futuro delle regole congressuali. La posta in gioco è molto alta, ovvero la sopravvivenza stessa delle primarie, quello strumento che il PD ha sempre venduto come il proprio marchio di fabbrica, l’elemento di superiorità morale rispetto alle altre forze politiche.

Eppure, in un paradosso che sfiora il grottesco, proprio la corrente che fa capo a Elly Schlein, colei che deve la sua leadership nazionale esclusivamente al voto popolare delle primarie, decide che in Sicilia quel metodo non deve essere applicato. Anthony Barbagallo, segretario uscente e principale interprete della linea schleiniana nell’isola, spinge per un regolamento che affidi l’elezione del segretario solo agli iscritti, escludendo i cittadini e i simpatizzanti.

La giustificazione addotta per questo strappo è tecnicamente fragile e politicamente miope. Si sostiene che lo Statuto regionale sia scaduto, una tesi che appare come un espediente per aggirare l’obbligo delle consultazioni aperte. La verità, che chiunque conosca le dinamiche interne del partito sa bene, è molto più cinica: Barbagallo sa di avere la maggioranza tra le tessere ma teme il voto dei gazebo. Teme che i siciliani, chiamati alle urne, possano presentare il conto di una gestione fallimentare che ha visto il PD scivolare verso percentuali da soglia di sbarramento, perdendo terreno in ogni competizione elettorale degli ultimi anni.

L’assemblea del 27 gennaio si trasforma così in una farsa tecnologica. Invece di un confronto trasparente, si assiste a una votazione online gestita tramite la piattaforma Zoom che solleva immediatamente accuse pesantissime di brogli. L’opposizione interna denuncia che tra i votanti collegati vi sarebbero state persone prive di diritto, profili fake e, in un macabro dettaglio che dà la misura del disastro morale, persino soggetti deceduti.

Nonostante le richieste di trasparenza, l’elenco dei votanti non viene mai reso pubblico. La società incaricata della gestione tecnica del voto dichiara addirittura che i dati sono stati distrutti poche ore dopo la consultazione. Una risposta che, in qualunque organizzazione che si definisca democratica, avrebbe dovuto portare all’annullamento immediato degli atti, ma che in casa PD viene fatta passare come un incidente di percorso da ignorare per procedere spediti verso la riconferma di Barbagallo.

Il coinvolgimento del livello nazionale rende il quadro ancora più desolante. Igor Taruffi, inviato da Roma come garante e braccio destro della Schlein, avalla la linea di Barbagallo, sostenendo che il regolamento aveva ricevuto il via libera dalla Commissione nazionale di garanzia. Si scoprirà più avanti che si trattava di una menzogna: la Commissione nazionale non aveva espresso alcun parere, lasciando la patata bollente ai livelli locali. Questo gioco di specchi e bugie ha l’unico effetto di avvelenare ulteriormente il clima, portando a una spaccatura verticale che vede contrapposti da una parte i fedelissimi della segretaria nazionale e dall’altra le aree che fanno capo a Bonaccini e Orfini, insieme a gran parte del gruppo parlamentare siciliano.

Le settimane successive sono un susseguirsi di colpi di scena che confermano l’incapacità del PD di autoriformarsi. Si assiste al tentativo di mediazione con la nomina di un commissario, Nico Stumpo, che però non riesce a incidere su una struttura ormai incancrenita. Figure storiche come Antonello Cracolici tentano di accreditarsi come alternativa, per poi ritirarsi denunciando il clima settario e il moralismo da marciapiede che regna sovrano nel partito.

La rinuncia di Cracolici e la successiva decisione di un pezzo consistente del partito di disertare il congresso portano a un’elezione farsa. Barbagallo, unico candidato, viene rieletto con meno del cinquanta per cento dei voti di tutti gli iscritti totali del PD siciliano. Un’umiliazione che accetta pur di mantenere le chiavi della sede regionale e, soprattutto, il potere di indirizzare le future candidature blindate per il Parlamento.

Questa gestione proprietaria del partito ha però un costo altissimo. La politica scompare, lasciando il posto ai ricorsi giudiziari. Quello che non si è riusciti a risolvere con il buonsenso e la sintesi democratica finisce nelle aule del Tribunale di Palermo. I dissidenti, guidati da deputati come Fabio Venezia e Michele Catanzaro, chiedono che la magistratura ordinaria faccia luce su quella notte del 27 gennaio, sulle bugie raccontate ai delegati e sulla regolarità dei voti espressi.

Il tribunale ha fissato l’udienza di comparizione per il prossimo 27 ottobre, citando a comparire anche lo stesso Igor Taruffi. È l’immagine finale di un fallimento: un partito che ha bisogno di un giudice per stabilire chi debba essere il suo segretario è un partito che ha rinunciato alla propria missione.

Nel frattempo, a Roma, il fastidio per il caso Sicilia cresce ma non produce azioni concrete. Elly Schlein continua a invocare unità nei suoi tour elettorali, voltando le spalle alla realtà di un partito a pezzi, lacerato da un conflitto che non ha mai trovato composizione e che oggi sopravvive solo nelle aule di tribunale. Ma i tribunali hanno tempi lunghi e la pazienza degli elettori ne ha di molto più brevi.

La Sicilia dei dem è oggi un campo di battaglia dove non si vince per le idee, ma per l’abilità ad arrabattarsi tra le macerie. Una deriva che condanna il partito all’inconsistenza e trasforma quello che doveva essere il luogo del confronto democratico in una loggia chiusa, gelosa dei propri segreti e spaventata dalla luce del sole.