Il piccolo borgo di Forza d’Agrò, perla del versante jonico messinese e da tempo inserito nel prestigioso circuito dei centri più belli d’Italia, si è svegliato nel pieno di una tempesta giudiziaria. Quello che appariva come un sospetto movimento demografico a ridosso delle elezioni comunali del giugno 2024 si è trasformato, secondo la Procura di Messina, in un collaudato meccanismo di ingegneria elettorale volto a falsare l’esito delle urne.
Al centro dell’indagine, condotta con scrupolo dai carabinieri della Compagnia di Taormina, figura il primo cittadino Bruno Miliadò, finito agli arresti domiciliari insieme a un gruppo di stretti collaboratori: un consigliere comunale, un agente della polizia municipale, e un ausiliario del traffico.
Tutto ha inizio nei primi mesi del 2024, quando un’impennata anomala di richieste di iscrizione all’anagrafe ha attirato l’attenzione dei militari dell’Arma. In un paese che conta poco più di ottocento anime, l’arrivo improvviso di decine di nuovi “compaesani” provenienti da altre province e persino da altre regioni non poteva passare inosservato.
Secondo quanto ricostruito dai magistrati, il sindaco avrebbe assunto un controllo diretto e quasi esclusivo sulle procedure di accertamento. Invece di seguire l’iter burocratico ordinario presso l’ufficio anagrafe, le richieste venivano gestite personalmente dal primo cittadino, il quale avrebbe poi impartito disposizioni precise agli agenti della polizia municipale e agli ausiliari del traffico coinvolti. Questi ultimi, agendo in qualità di pubblici ufficiali, avrebbero firmato verbali in cui si dichiarava la dimora abituale di persone che, in realtà, a Forza d’Agrò non abitavano.
Le verifiche sul campo hanno portato alla luce situazioni paradossali. Alcune delle nuove residenze erano state fissate in immobili completamente disabitati, in ruderi in disuso o addirittura in indirizzi inesistenti. In altri casi, i forestieri risultavano abitare all’interno di strutture alberghiere riconducibili agli indagati. Emblematico il caso di alcuni richiedenti provenienti da Latina che dichiaravano di vivere all’interno di uno stabilimento balneare.
L’impatto di questa manovra sul risultato elettorale è stato decisivo. Alle elezioni di giugno, Miliadò è stato riconfermato con uno scarto di appena trenta voti rispetto allo sfidante. Incrociando questo dato con le cinquantanove residenze ritenute mendaci su un campione di novantasei analizzate, appare evidente che senza il contributo dei “falsi residenti” la storia politica del comune avrebbe preso una direzione opposta.
L’inchiesta non si ferma ai vertici: sono ben sessantasette le persone indagate a vario titolo, tra cui molti dei cittadini che si sono prestati al gioco delle false dichiarazioni. Le accuse ipotizzate dalla Procura di Messina sono pesanti e vanno dall’associazione a delinquere finalizzata alla falsità materiale e ideologica in atti pubblici.
Mentre la Prefettura ha già disposto la sospensione dalle cariche per gli amministratori coinvolti, la vicenda solleva inevitabilmente un interrogativo che travalica i confini della provincia messinese spingendo a riflettere sulla fragilità dei sistemi di controllo nelle piccole realtà democratiche.
Resta infatti da chiedersi in quanti e quali altri borghi d’Italia, caratterizzati da popolazioni esigue dove una manciata di preferenze può spostare l’ago della bilancia, sia stata riprodotta una simile strategia di alterazione del consenso.