La politica siciliana, con le sue trame fitte e le sue radici profonde nel territorio, si trova oggi a fare i conti con una dinamica che sembra arrivare direttamente dai manuali della disciplina di partito più ortodossa. Al centro della tempesta si trova la figura di Mirello Crisafulli, storico esponente della sinistra ennese, la cui candidatura a sindaco è diventata il terreno di uno scontro che va ben oltre i confini della provincia sicula.
La decisione che sembra profilarsi dai vertici romani, guidati da Elly Schlein, di negare il simbolo del Partito Democratico alla sua corsa elettorale, aggiunge elementi a una riflessione sulla natura attuale del principale partito della sinistra italiana e sulla sua gestione del dissenso interno.
Il paradosso della vicenda risiede nel perdurare del cortocircuito tra le diverse anime del partito. Da un lato c’è la segreteria regionale di Anthony Barbagallo, che in un primo momento aveva individuato in Crisafulli l’uomo giusto per compattare il cosiddetto campo largo e oltre, riconoscendogli quella capacità di mobilitazione che lo ha reso per decenni un punto di riferimento stabile a Enna. Dall’altro, però, emerge la linea dura del Nazareno, che vede nella figura dell’ex senatore un retaggio del passato non più compatibile con il nuovo corso identitario impresso dalla Schlein.
La decisione che potrebbe persino determinare il passo indietro del candidato, assume i contorni di una manovra diplomatica che nasconde, in realtà, una forma di ostracismo politico particolarmente marcata.
Questa gestione del partito richiama alla mente degli storici della politica una categoria interpretativa che si pensava confinata ai libri di storia: quella dello uklon, il deviazionismo russo che caratterizzò una delle fasi più dure del consolidamento del potere sotto Iosif Stalin negli anni Venti del secolo scorso. Sebbene il contesto democratico attuale sia fortunatamente distante anni luce dalle violenze del periodo, il meccanismo psicologico e politico applicato sembra attingere a quel medesimo bacino di intransigenza.
Nel periodo stalinista, il deviazionista non era semplicemente un iscritto con una visione diversa, ma un corpo estraneo da purgare per preservare la purezza della linea ufficiale. Oggi, l’atteggiamento della segreteria nazionale verso figure come quella di Crisafulli pare rispondere a una logica simile, dove la fedeltà al nuovo dogma della leadership prevale sulla storia personale e sui consensi radicati nel territorio.
Il segretario regionale Barbagallo si trova ora in una posizione di estremo imbarazzo, stretto tra la lealtà verso la corrente che lo ha eletto in un congresso farsa al vaglio della magistratura, e la necessità di governare un territorio che non accetta passivamente i diktat calati dall’alto. La vicenda di Enna diventa così il simbolo di un PD che, nella ricerca di una nuova identità estremista e netta, è disposto a sacrificare la propria gente sull’altare di una coerenza ideologica astratta.
La negazione del simbolo non è solo una scelta elettorale, ma un atto di purificazione politica che mira a ridefinire il perimetro del partito, escludendo chiunque possa rappresentare una deviazione, fosse anche solamente estetica, dal corso attuale.
In questo scenario, la politica non è più l’arte della sintesi e della mediazione tra storie diverse, ma diventa un esercizio di disciplina in cui l’allineamento totale è l’unico requisito per la sopravvivenza. La vicenda di Crisafulli resta dunque un monito su come la gestione del potere interno possa trasformarsi in una forma di esclusione sistematica, dove il timore della dialettica e dello scontro porta paradossalmente a pratiche di epurazione silenziosa che ricordano i periodi più bui dell’intransigenza ideologica novecentesca.
Il campo largo, nato per unire, rischia così di diventare un recinto sempre più stretto, dove lo spazio per l’autonomia locale viene sacrificato in nome di una visione centralista che non ammette eccezioni.