CRISAFULLI E L’IPOCRISIA DEL PD NAZIONALE

di Umberto Riccobello

La politica siciliana, laboratorio storico e crocevia di trame fitte che affondano le radici nel tufo delle sue province, si trova oggi a gestire una dinamica che sembra uscita direttamente dai manuali della disciplina di partito più ortodossa. Al centro della tempesta c’è Mirello Crisafulli, lo storico esponente della sinistra ennese, la cui corsa verso lo scranno di sindaco è diventata il terreno di uno scontro che travalica i confini dell’Isola per arrivare dritto nelle stanze romane del potere dem.

La decisione, ampiamente preannunciata dai vertici del Nazareno di negare il simbolo ufficiale del Partito Democratico alla candidatura di Crisafulli, apre una riflessione profonda sulla natura attuale del principale partito della sinistra italiana e sulla sua gestione del dissenso interno. Si assiste a un paradosso politico che richiama alla mente degli storici della politica una categoria interpretativa che si pensava ormai confinata alla polvere delle biblioteche: quella dello uklon, il deviazionismo russo che caratterizzò le fasi più dure del consolidamento del potere stalinista negli anni Venti del secolo scorso.

Certamente, il contesto democratico odierno è fortunatamente distante anni luce dalle violenze del periodo, ma il meccanismo psicologico e politico applicato sembra attingere a quel medesimo bacino di intransigenza ideologica. Nel periodo stalinista, il deviazionista non era un semplice iscritto con una visione divergente; era un corpo estraneo da purgare per preservare la purezza della linea ufficiale. Oggi, la segreteria nazionale Elly Schlein pare aver aggiornato questa logica: Crisafulli, visto come un retaggio del passato incompatibile con il nuovo corso “identitario”, viene privato del logo, ma non della sua forza elettorale sul territorio.

È qui che la vicenda di Enna sublima l’ipocrisia politica. Nella ricerca di una nuova identità estremista e netta, il PD centrale si trova a gestire i propri iscritti come fossero dei fasmidi, piccoli animali che si mimetizzano perfettamente con l’ambiente circostante per sopravvivere. In politica, a Enna, sta accadendo lo stesso: il simbolo viene negato per “pulizia” estetica a Roma, ma agli iscritti dem viene permesso – se non caldeggiato – di correre all’interno di liste civiche a supporto dell’ex senatore.

Un mimetismo infantile che garantirebbe, nelle intenzioni, la purezza del marchio nazionale e la contestuale conservazione del potere locale. Il segretario regionale Anthony Barbagallo si ritrova così in una posizione di estremo imbarazzo. Stretto tra la lealtà verso la segreteria nazionale e la necessità di governare un territorio che non accetta passivamente i diktat calati dall’alto, Barbagallo deve fare i conti con un congresso regionale ancora al vaglio della magistratura e con una base che non intende farsi “sterilizzare” da decisioni romane.

Mentre a Roma si discute di etica e simboli, Crisafulli risponde con la forza del consenso radicato. Durante la presentazione della sua candidatura avvenuta ieri, l’ex senatore non ha usato mezzi termini: «A Enna il simbolo del Pd sono io». Una dichiarazione che non è solo una provocazione, ma una fotografia dello stato dell’arte. Al suo fianco, a dare sostanza plastica a questa sfida, sedevano i vertici locali del partito e i deputati Stefania Marino e Fabio Venezia. Una presenza che certifica la spaccatura: il partito “reale” è con Crisafulli, il partito “formale” è altrove.

Il progetto del “campo largo”, nato con l’ambizione di unire diverse sensibilità contro le destre, rischia di trasformarsi a Enna in un recinto sempre più stretto, uno spazio politico dove ogni anima cerca di sopravvivere alla “purificazione” in atto. La politica, in questo scenario, smette di essere luogo di incontro per diventare un esercizio di disciplina in cui l’allineamento totale è l’unico requisito per la conservazione, trasformando il partito in una somma di box ben distinti.