INCHIESTA CUFFARO, CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO

di Redazione

La complessa intelaiatura giudiziaria che coinvolge Totò Cuffaro sta per approdare al primo vero banco di prova processuale, ma con una fisionomia decisamente diversa rispetto alle premesse dello scorso autunno. La Procura di Palermo ha infatti formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per l’ex presidente della Regione Siciliana, fissando l’appuntamento davanti al giudice per l’udienza preliminare per il prossimo 8 maggio. Tuttavia, analizzando le carte depositate dai magistrati, emerge con chiarezza come l’imponente castello accusatorio che aveva scosso i palazzi della politica regionale si sia sensibilmente ristretto, perdendo pezzi significativi lungo la strada della verifica investigativa.

Se inizialmente i riflettori erano puntati su un numero elevato di indagati, ben diciotto persone per le quali erano stati ipotizzati reati pesanti e richiesti per tutti gli arresti domiciliari, l’attuale istanza di processo riguarda ora otto posizioni. Questo sfoltimento non è solo numerico ma anche qualitativo. È caduta la contestazione più grave, quella di associazione a delinquere, che riguardava Totò Cuffaro, Vito Raso, Antonio Abbonato e il deputato regionale della DC Carmelo Pace, che sottintendeva l’esistenza di un sistema strutturato di malaffare. Il quadro attuale si concentra invece su specifici episodi di corruzione e traffico di influenze illecite, e delinea un perimetro d’azione molto più circoscritto che ha portato all’uscita di scena di dieci dei primi coinvolti.

La richiesta di rinvio a giudizio riguarda, oltre Cuffaro, anche Roberto Colletti ex manager dell’ospedale Villa Sofia, Antonio Iacono primario del Trauma Center, Vito Raso storico collaboratore di Cuffaro, Mauro Marchese e Marco Dammone entrambi collaboratori dell’impresa Dussmann, Ferdinando Aiello ex deputato del PD, Sergio Mazzola imprenditore di Belmonte Mezzagno. Indagata anche la Dussmann Service come responsabile dell’illecito amministrativo collegato al reato.

Il cuore pulsante dell’accusa rimasta in piedi riguarda la presunta gestione opaca di concorsi sanitari e appalti pubblici. In particolare, i magistrati si sono soffermati sulle procedure di stabilizzazione del personale presso l’ospedale Villa Sofia di Palermo. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’ex leader della Democrazia Cristiana avrebbe esercitato la propria influenza per ottenere in anticipo le tracce delle prove d’esame.

Questo passaggio di documenti riservati sarebbe avvenuto attraverso una catena umana che partiva dai vertici ospedalieri dell’epoca, passava per i collaboratori più stretti del politico e terminava infine nelle mani di una candidata. In questa dinamica, la Procura ravvisa un accordo di mutuo soccorso: da un lato il favore elettorale o clientelare, dall’altro la promessa di appoggi politici per conferme di incarichi dirigenziali o future promozioni all’interno della struttura sanitaria.

È interessante notare come alcuni dei tasselli di questo mosaico siano rimasti solo allo stato potenziale. Ad esempio, una delle promozioni che sarebbe stata promessa in cambio delle soffiate sui test non si è mai concretizzata, semplicemente perché l’interessato ha scelto di non partecipare alla selezione. Nonostante ciò, per i pubblici ministeri Andrea Zoppi e Gianluca De Leo, l’intento corruttivo resta penalmente rilevante e meritevole di un vaglio dibattimentale.

Oltre alle corsie degli ospedali palermitani, l’indagine tocca anche la provincia di Siracusa. Qui l’attenzione si sposta su un appalto relativo ai servizi di portierato e ausiliariato presso l’Azienda Sanitaria Provinciale. In questo filone, Cuffaro è chiamato a rispondere di traffico di influenze, accusato di aver agito come mediatore di alto livello tra i vertici dell’amministrazione regionale e le imprese private interessate ai subappalti.

L’ipotesi è che la sua autorevolezza politica sia stata spesa per favorire determinati gruppi imprenditoriali in cambio di promesse di assunzioni o contratti. Tuttavia, anche in questo caso, la Procura ha dovuto rivedere le proprie posizioni iniziali, archiviando l’ipotesi di turbativa d’asta per alcuni dei protagonisti e lasciando cadere le accuse verso figure che in un primo momento sembravano centrali.

L’udienza che si terrà l’8 maggio davanti al giudice Ermelinda Marfia rappresenterà dunque un momento di svolta. Se da una parte la gravità delle contestazioni residue mantiene alta la tensione sulla figura dell’ex governatore, dall’altra non si può ignorare come l’inchiesta si sia progressivamente sgonfiata. Molti dei sospetti relativi a commesse pubbliche nel settore agricolo e dei consorzi di bonifica, che inizialmente avevano portato a ipotizzare il coinvolgimento di deputati regionali e dirigenti pubblici, sembrano destinati a un’archiviazione definitiva.

Per la difesa, questo ridimensionamento rappresenta un punto di partenza fondamentale per contestare anche le ultime accuse rimaste. Per l’accusa, invece, ciò che resta è il nucleo solido di un’attività di interposizione che avrebbe inquinato la trasparenza della pubblica amministrazione. Quel che è certo è che il processo si avvia verso una fase tecnicamente più densa, dove ogni singola conversazione intercettata e ogni ipotesi dovrà essere provata con estrema precisione.

La politica siciliana osserva con attenzione l’ennesimo capitolo giudiziario di una delle sue figure più discusse, in un clima che, sebbene meno febbrile rispetto a qualche mese fa, continua a sollevare interrogativi sul rapporto mai risolto tra potere politico e sanità. Nel frattempo, l’ex presidente resta in attesa del giudizio tra le mura domestiche, ripassando il copione di un’indagine che, pur avendo cambiato volto drasticamente, segna comunque di fatto la fine della sua avventura politica.