A Serradifalco la politica ha imboccato una strada senza precedenti, trasformando una tornata elettorale cittadina in un vero e proprio caso di studio costituzionale. Il protagonista della vicenda è Leonardo Burgio, sindaco uscente di area leghista, che ha deciso di forzare la mano e presentare la propria candidatura per la terza volta consecutiva alla guida del comune nisseno. La sua mossa non è una semplice scelta di continuità amministrativa, ma rappresenta un guanto di sfida lanciato direttamente verso l’Assemblea Regionale Siciliana, che per ben due volte ha eretto un muro legislativo contro la possibilità del terzo mandato per i primi cittadini dei centri con meno di quindicimila residenti.
La situazione appare paradossale se si guarda alla geografia normativa italiana. Mentre nel resto del Paese le restrizioni per i piccoli comuni sono state rimosse, la Sicilia rimane l’unica zona in cui vige ancora un divieto. Questa divergenza ha creato un clima di tensione tra i sindaci dell’isola, molti dei quali si sentono penalizzati da una legislazione che considerano anacronistica e punitiva. Il sindaco di Serradifalco, tuttavia, ha deciso di non restare a guardare la scadenza naturale del suo incarico e ha compiuto un passo che ha lasciato il panorama politico siciliano di stucco: si è presentato lo stesso ai nastri di partenza, facilitato dal fatto che non vi erano nel comune altri candidati a sindaco.
In questa singolare competizione elettorale, infatti, non si è registrata la presenza di alcun avversario. Nessuna lista di opposizione, nessun candidato civico o di schieramento alternativo ha depositato le firme necessarie per contendere la poltrona di primo cittadino. Questa assenza totale di rivali ha trasformato la sfida di Burgio in un duello solitario contro la norma regionale. Il sindaco ha deciso di correre da solo, forte dell’idea che la recente pronuncia della Corte costituzionale abbia ormai tracciato un confine invalicabile per il legislatore siciliano. Secondo la sua interpretazione, la sentenza dello scorso febbraio avrebbe stabilito che il diritto dei cittadini di candidarsi ed essere eletti non può subire limitazioni eccessivamente rigide o arbitrarie.
Il fulcro della contesa risiede proprio in questa discrepanza tra la legge regionale e l’orientamento della Consulta. Per Burgio, l’indirizzo dei giudici costituzionali è una bussola che la giustizia ordinaria non può ignorare.
Ed è subito arrivato il primo colpo di scena: la Commissione elettorale circondariale, che ha il compito di valutare la regolarità e la legittimità della documentazione, ha accettato la candidatura.
Leonardo Burgio è quindi ufficialmente candidato e ogni ricorso contro la legittimità della sua candidatura può essere presentato solo al Tar da parte di chi abbia un interesse legittimo a farlo. In questo caso, non essendovi altri candidati a sindaco, qualsiasi cittadino residente nel Comune.
Avrebbe poi certamente legittimità a ricorrere al Tar contro l’ammissione della candidatura di Leonardo Burgio l’assessore alle Autonomie Locali della Regione Siciliana, ossia, fino al prossimo mercoledì, il Presidente Renato Schifani che ne detiene l’interim, e, subito dopo il giuramento davanti all’ARS la neo assessora Elisa Ingala.
Di solito i ricorsi al Tar con procedura d’urgenza legati ad elezioni vertono sull’esclusione di liste e non sulla loro accettazione, ma, trattandosi di un caso particolarmente complesso, immaginiamo che il ricorso verrebbe trattato e con buona probabilità il Tar invierebbe gli atti alla Corte costituzionale per valutare la Costituzionalità della norma regionale e la Corte non potrebbe che confermare la sua precedente sentenza emessa per una caso simile di un’altra Regione.
E il sindaco di Serradifalco avrebbe vinto e ottenuto il risultato prefisso, rendendo giustizia anche a tutti gli altri sindaci di piccoli comuni che si trovano nella sua stessa situazione.
Burgio, esponente della Lega e figlio dell’ex assessora regionale alla Salute Daniela Faraoni, si trova quindi al centro di un esperimento giuridico che trasforma il suo paese nel laboratorio di una nuova giurisprudenza locale. La sua solitudine nella corsa elettorale evidenzia un insolito vuoto di alternativa, ma accentua anche l’immagine di un amministratore che ha deciso di legare il proprio cammino ad una questione di principio.
Certo, resta da chiarire come sia potuto succedere che in un comune di 5.400 abitanti nessuno coltivi l’ambizione di candidarsi e diventare sindaco della città, specialmente contro un primo cittadino che la legge regionale vorrebbe incandidabile. Ma questa è un’altra storia, e magari ne riparleremo.