CATANIA, A PROCESSO I KILLER DI ROVETTA E VECCHIO

di Umberto Riccobello

Trentacinque anni di silenzi, di archivi impolverati e di indagini che sembravano destinate a infrangersi contro il muro di gomma dell’omertà sono stati infine spazzati via da un rinvio a giudizio che segna un punto di non ritorno per la storia giudiziaria di Catania. Il tribunale etneo ha stabilito che a rispondere dell’esecuzione di Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, rispettivamente amministratore e direttore del personale delle Acciaierie Megara, sarà un gruppo di cinque persone, tra cui spicca il nome del boss Aldo Ercolano.

L’accusa per lui è di quelle che pesano come macigni: duplice omicidio pluriaggravato. Insieme all’esponente di vertice di Cosa Nostra, dovranno comparire davanti alla giustizia anche Vincenzo Vinciullo, Leonardo Greco, Antonio Alfio Motta e Francesco Tusa, chiamati a rispondere di estorsione pluriaggravata ai danni dell’azienda.

I fatti ci riportano a una sera d’autunno del 1990, precisamente il 31 ottobre. All’interno dello stabilimento alla porta sud di Catania, la violenza mafiosa mise fine alla vita di due uomini che, secondo quanto ricostruito oggi dalla Procura generale, avevano opposto un fermo rifiuto alle pressanti richieste di pizzo. Per decenni quel crimine era rimasto privo di colpevoli, intrappolato in un labirinto di richieste di archiviazione e successive riaperture, spesso sollecitate con tenacia dai familiari delle vittime che non si sono mai arresi all’idea di una giustizia negata.

La svolta definitiva è maturata solo recentemente, grazie all’intervento della Procura generale guidata da Carmelo Zuccaro, che ha deciso di avocare l’inchiesta dopo che l’ennesimo tentativo di chiudere il caso stava per andare a buon fine.

Il lavoro certosino della Direzione Investigativa Antimafia e di un Nucleo interforze ha permesso di rileggere sotto una nuova luce un’enorme mole di documenti che per troppo tempo erano stati trascurati o interpretati male. Gli investigatori sono riusciti a isolare il movente economico che legava l’omicidio al controllo dell’accieria.

Un ruolo centrale in questa complessa ragnatela è emerso con la figura di Carmelo Costanzo, potente imprenditore dell’epoca che, grazie ai suoi rapporti con i vertici mafiosi, aveva garantito una sorta di protezione alle acciaierie in cambio di vantaggi personali sull’acquisto di materiali edili.

Venuto meno questo schermo protettivo con la morte di Costanzo nell’aprile del 1990, Aldo Ercolano avrebbe cercato di imporre il proprio dominio sulla società, prima tentando di diventarne socio occulto e poi, di fronte alla resistenza dei dirigenti, decidendo la loro eliminazione fisica.

Le indagini hanno fatto luce anche sulla condotta di Ettore Lonati e Amato Stabiuni, imprenditori bresciani azionisti di maggioranza della società, che avrebbero infine ammesso di aver versato somme ingenti ai clan nel corso degli anni, cedendo a quel meccanismo estorsivo che era stato l’origine del sangue versato nel 1990. Tali ammissioni, a lungo negate, hanno fornito la prova definitiva del legame tra la violenza omicida e il profitto illecito che la mafia intendeva estrarre dall’acciaieria.

L’esito di questa inchiesta dimostra in modo inequivocabile che non esiste alcun beneficio reale per le forze imprenditoriali che scelgono la via dell’accordo o della sottomissione alla criminalità organizzata. Anche quando un’azienda sembra trarre un vantaggio da una mediazione mafiosa, il prezzo finale da pagare è sempre sproporzionato. La mafia non è un partner economico, ma un parassita che logora le basi della libera impresa.

L’idea di trarre vantaggi da patti occulti con i clan si rivela costantemente un’illusione pericolosa, destinata a sfociare nella violenza o nel fallimento morale e legale dell’attività produttiva. La giustizia, pur se a volte con tempi lunghi, arriva a smascherare quei patti di sangue che inquinano l’economia e la società civile, restituendo giustizia e dignità a chi, come Rovetta e Vecchio, scelse la strada dell’intransigenza.