L’OMBRA DEI RIINA SU CORLEONE, TRE ARRESTI NEL CLAN

di Umberto Riccobello

Il cuore antico e cupo della mafia siciliana batte ancora a Corleone, dove il tempo sembra essersi fermato a una dimensione arcaica e violenta. Le recenti operazioni condotte dall’Arma dei Carabinieri, sotto la direzione della Procura distrettuale antimafia di Palermo, hanno squarciato il velo su una realtà che alcuni consideravano ormai consegnata alla storia, ma che invece continua a esercitare un controllo asfissiante sulla vita quotidiana.

Al centro del blitz che ha portato in carcere tre figure di rilievo di Corleone spicca il nome di Mario Grizzaffi, nipote diretto di Totò Riina in quanto figlio della sorella Caterina, insieme a Mario Gennaro e Pietro Maniscalco. L’accusa è pesante: associazione a delinquere di tipo mafioso, un reato che in queste terre si traduce in una gestione capillare e oppressiva di tipo malavitoso.

Le indagini, che hanno coperto un arco temporale lungo, dal 2017 fino al 2023, descrivono il ritorno o forse la mai avvenuta scomparsa della cosiddetta mafia rurale. Non si tratta di una criminalità fatta di grandi flussi finanziari o traffici internazionali, ma di una forza che si nutre del possesso del suolo, del controllo dei confini e della capacità di imporre la propria volontà attraverso le minacce, il fuoco e il furto.

Gli inquirenti hanno documentato una serie di episodi intimidatori che ricalcano i vecchi metodi dei corleonesi: incendi dolosi e furti di mezzi agricoli subiti da aziende che cercavano di operare nella legalità. Tra gli episodi più simbolici emerge quello ai danni di una cooperativa che ha sede proprio in un immobile che lo Stato aveva sottratto alla famiglia Grizzaffi. Un affronto, agli occhi dei boss, che andava punito per riaffermare chi detiene realmente il comando nel territorio.

Il potere esercitato dal gruppo criminale andava però ben oltre la semplice violenza intimidatoria. Dalle carte dell’inchiesta emerge un quadro inquietante sulla sottomissione psicologica della comunità locale. Gli indagati venivano cercati non solo per timore, ma quasi come se fossero un’autorità alternativa a quella statale.

Erano loro a decidere chi potesse acquistare un terreno o come andassero risolte le liti tra vicini per un confine incerto. Persino semplici cittadini si rivolgevano al clan per ottenere una sorta di autorizzazione preventiva prima di concludere affari privati, segno che la forza del vincolo associativo e il prestigio criminale derivante dalla parentela con i Riina rimanevano strumenti di persuasione incontestabili.

In questo contesto, la figura di Mario Grizzaffi rappresenta l’anello di congiunzione tra il passato violento della famiglia e la resilienza attuale di Cosa Nostra. Il sodalizio interveniva anche per questioni apparentemente banali, come il rinvio di debiti personali, trasformando ogni controversia privata in un’occasione per ribadire la propria sovranità sul tessuto sociale. La capacità di infiltrarsi nelle dinamiche di compravendita dei fondi agricoli dimostra come l’economia rurale sia ancora il polmone vitale attraverso cui in alcune zone la mafia respira e si rigenera.

L’operazione portata a compimento dai militari della Compagnia di Corleone ha permesso di ricostruire con precisione gli assetti gerarchici di una famiglia mafiosa che non ha mai smesso di considerarsi padrona del territorio. Il lavoro investigativo ha dovuto affrontare anni di silenzi e omertà, mettendo insieme i tasselli di una strategia criminale che puntava a svuotare di senso le confische dello Stato, continuando a gestire indirettamente ciò che formalmente non apparteneva più ai clan.

Questi arresti confermano che la lotta alla mafia, nel corleonese come nel resto dell’isola, non può permettersi pause, poiché la capacità di adattamento delle consorterie criminali è direttamente proporzionale alla loro capacità di mimetizzarsi tra le pieghe della vita, dove uno sguardo, un incendio o un cancello forzato parlano un linguaggio che tanti, purtroppo, sanno ancora interpretare perfettamente.