Cave siciliane: “Una riforma per il rilancio del settore e il recupero del paesaggio”.

di Pubbliredazionale

Decenni di normative stratificate, iter autorizzativi lunghi, centinaia di siti estrattivi abbandonati che segnano il paesaggio siciliano. Il settore delle cave in Sicilia attende da tempo un intervento organico capace di tenere insieme certezza del diritto, sostenibilità ambientale e prospettive di sviluppo per le imprese.

Una risposta è arrivata con il disegno di legge n. 1085, presentato all’Assemblea Regionale Siciliana dal deputato Giuseppe Bica (Fratelli d’Italia) e all’esame della Terza Commissione – Attività Produttive. Dopo i confronti già avvenuti con gli uffici regionali competenti e con i rappresentanti delle categorie produttive del comparto e delle associazioni ambientaliste. 

Il provvedimento interviene sui limiti della legislazione vigente, dalla L.R. n. 127/1980 fino alla L.R. n. 6/2024, recependo osservazioni maturate nei tavoli di lavoro che hanno preceduto e accompagnato l’iter parlamentare.

Significativo, in questo percorso, l’incontro che Bica aveva riunito a Palazzo dei Normanni con le categorie del settore estrattivo siciliano: al tavolo Maurizio Merlino del Direttivo CNA Sicilia, Alberto Santoro presidente nazionale di CNA Lapidei, Alfio Grassi del Consorzio della Pietra Lavica dell’Etna, la tecnica CNA Sicilia Silvia Miano, Salvatore Galati di Confindustria Sicilia, il vicepresidente di Consicav Gianpino Bonacia e Carmelo Raimondi, presidente della Consulta dei Tecnici Consicav.

nella foto: l’incontro dell’on. Giuseppe Bica con i rappresentanti delle categorie del settore estrattivo siciliano

Il primo nodo affrontato dal DDL riguarda i tempi. Le procedure autorizzative oggi in vigore risultano spesso insostenibili per le aziende del comparto, con istruttorie che si protraggono per anni. Le semplificazioni introdotte puntano a garantire un iter più certo e più rapido per l’apertura di nuove cave.

Sul fronte della retroattività la norma scioglie un nodo che da tempo alimentava contenziosi con la Regione: le aziende che hanno già corrisposto la tassa di recupero ambientale secondo la disciplina previgente saranno escluse da ulteriori oneri, con il duplice effetto di chiudere il fronte giudiziario e di sbloccare le attività di recupero in corso.

Il capitolo più innovativo riguarda però la destinazione finale dei siti estrattivi. Il recupero potrà essere naturalistico, agricolo, forestale, urbanistico o culturale, con la possibilità di realizzare interventi di land art e musei di scultura contemporanea a cielo aperto: ex cave restituite al territorio come spazi paesaggistici, agricoli o artistici, con un’identità nuova capace di valorizzare anche la storia industriale dei luoghi.

A questo si aggiunge il tema del riuso. Terre, rocce da scavo e accumuli di scarto che oggi deturpano il paesaggio delle cave di marmo – materiali che la normativa statale vigente esclude dalla classificazione di rifiuti – potranno essere trasferiti, con procedure semplificate, agli impianti di frantumazione per l’utilizzo nell’edilizia. Una soluzione che risana il sito estrattivo e riduce il prelievo di nuova materia prima, con una ricaduta ecologica concreta e misurabile.

Quanto alle cave abbandonate, il DDL guarda al modello già adottato dalla Toscana. Gli imprenditori potranno coltivare per un ciclo autorizzativo i siti estrattivi abbandonati – inclusi quelli fuori dal piano cave – con l’obbligo inderogabile della riqualificazione finale. Un meccanismo che valorizza l’iniziativa privata in territori dove la sola azione regionale ha mostrato i propri limiti, trasformando una criticità paesaggistica in un’occasione di sviluppo economico e territoriale.

«Stiamo affrontando un confronto serrato e costruttivo- sottolinea Bica- su una norma che interviene con precisione sui limiti della legislazione vigente, recependo osservazioni maturate direttamente con gli uffici regionali competenti. L’apertura del tavolo alle associazioni ambientaliste è parte integrante di questo metodo: una norma che parla di paesaggio, recupero e sostenibilità deve costruirsi nell’ascolto di tutte le voci che a quei temi guardano». E sulle prospettive: «La Sicilia ha decine di cave abbandonate che attendono una risposta da anni. Questa norma quella risposta la dà, coniugando sviluppo del settore estrattivo, tutela del paesaggio e sostenibilità delle imprese. Confido che la Commissione saprà riconoscerne il valore e portarla rapidamente in Aula».

L’iter del DDL n. 1085 entra dunque nella sua fase più dialogica, quella che mette a confronto le ragioni del comparto produttivo con quelle della tutela ambientale: due prospettive che il testo, nelle intenzioni del proponente, prova a tenere insieme in un quadro normativo coerente e finalmente aggiornato.

AGGIORNAMENTO DALLA TERZA COMMISSIONE

Intanto in III Commissione all’Ars è proseguito oggi l’iter del disegno di legge sulle cave con l’audizione dell’ingegnere Salvatore Pignatone, dirigente del distretto minerario di Palermo in rappresentanza del Dipartimento regionale dell’Energia, di Giuseppe Amato per Legambiente e WWF e di Vincenzo Piccione per i Custodi della Macchia Mediterranea.

Le associazioni ambientaliste hanno condiviso l’impianto del testo, apprezzandone l’attenzione ai recuperi ambientali. Dall’audizione sono emersi spunti utili sulla geodiversità della Sicilia, da tenere presente nella scelta delle tipologie di recupero, e sull’opportunità di individuare con maggiore precisione le cave abbandonate esterne al Piano Cave, da destinare a nuova coltivazione finalizzata al recupero ambientale finale.

Il Dipartimento Energia ha espresso piena condivisione sull’intero provvedimento: dalle misure che applicano la circolarità agli scarti di lavorazione, riconoscendoli come materia prima seconda e sottraendoli alla disciplina dei rifiuti, alle norme di semplificazione burocratica, fino all’applicazione della legge alle sole nuove cave, senza retroattività, e alle procedure di recupero ambientale.